Il racconto sul caffè Moak

Il racconto sul caffè Moak per il concorso Caffè Letterario Il racconto sul caffè Moak Non ho una grande esperienza e un buon rapporto con i concorsi letterari. Ho provato a partecipare a questo tipo di kermesse solo una volta. Questo è la storia del racconto sul caffè Moak per il concorso Caffè Letterario promosso dal famoso marchio. Storia di un racconto Estate 2020. Da pochi mesi avevo fatto rientro alla base, con i bivacchi pieni di oggetti personali consunti dalle vicissitudini. Ero nel bel mezzo, nel cuore pulsante, del mio manoscritto che avrei terminato da lì a pochi mesi. Facevo un altro lavoro, nel frattempo. Il tempo lo dovevo rosicchiare, elargire, moltiplicare e mescolare come un fromboliere appeso ad un filo agganciato tra due grattacieli. Scrivere è fare due lavori di cui uno non ci azzecca niente. Avevo una voglia matta di mettermi in gioco, galvanizzato dalla stesura del mio blocco di ghiaccio che giorno dopo giorno si scongelava ma che era ancora estremamente distante da poter essere scoperto. Avevo bisogno di danaro, avevo bisogno di autostima, avevo bisogno di consigli e pareri. Non pensai alle riviste, o meglio, ci pensai ma non gli diedi il giusto peso. Evitare di inviare i miei racconti alle riviste mi ha fatto perdere un tempo spropositato. Fottuta autostima del cazzo. Avevo bisogno di svanziche. Pensavo che i soldi mi potessero riconoscere come scrittore. Ottenere un po’ di tranquillità per poter scrivere senza apparire un perdigiorno agli occhi di chi mi stava intorno. È talmente facile essere stupidi che piano piano ci si abitua ad esserlo fino a che si perde il senso della realtà. Iniziai a cercare con la frenesia di un fedele in chiesa che canta e danza dopo un presunto miracolo. Mi fermai al primo sito. Concorsi letterari Ce ne erano per tutti i gusti, con doppia panna e con le varie granelle da spolverare sopra. Potevo addirittura scegliere un mio racconto, revisionarlo, formattarlo per il tipo di concorso evitando così di trascurare il mio manoscritto e la mia vita. La maggior parte dei concorsi a me più affini non avevano le caratteristiche che cercavo: non pagavano bene. Era come se già avessi già l’assegno in mano. Non avevo il coraggio di inviare i miei racconti alle riviste ma mi sentivo pronto per vincere un concorso letterario. Stai a vedere che sono proprio io… Un classico, uno stereotipo se vogliamo. Coglionaggine allo stato brado. I soldi possono solo tradirti. Ho scrollato la pagina, cercando di trovare un concorso non troppo distante ma che mi desse il tempo necessario per confezionare un nuovo racconto, revisionarlo, farlo leggere, revisionarlo di nuovo, formattarlo e abbracciarlo prima di mandarlo per la sua strada. I quattrini mi fecero adocchiare questo concorso. Ceffè letterario Il bando era semplice e le vincite erano ingenti. 1500, 1000 e 500 euro tra il primo e il terzo posto. Per di più gli autori selezionati avrebbero ricevuto l’eventuale premio durante una serata di premiazione organizzata ad hoc in una città della Sicilia, Modica. Vitto e alloggio pagato dall’Organizzazione. Bingo!La prima parte del bando era questa. Si concorre inviando un solo racconto inedito in lingua italiana sul caffè (tema da intendere nella sua accezione più ampia: come luogo di incontro, bevanda, chicco, pianta, ecc.). La lunghezza del racconto va da un minimo di 5 ad un massimo di 20 cartelle. Per cartella si intende un testo della lunghezza di 1800 battute, spazi inclusi (il numero di caratteri andrà quindi da un minimo di 9000 ad un massimo di 36000 battute, spazi inclusi). Avevo margine di manovra, spazio immaginativo, una quasi libertà di movimento e la quota non era spropositata. 18 euro. Poteva valerne la pena, tutto sommato. La scelta era fatta e la sfida era iniziata. Caffè letterario Moak, XIX concorso nazionale di narrativa avrebbe ricevuto i miei soldi e il mio racconto. C’era il trucco? Nessuno. Moak è un azienda nata nel 1967. Il concorso anche quest’anno si appresta a ripetersi, inaugurando la sua XX edizione. Ci sono i vincitori del 2020 e i finalisti che verranno pubblicati nell’antologia I racconti sul caffè 2020. Home Caffè letterario Tutto alla luce del sole, con un sito internet dedicato ed un sistema ben oliato. Dovevo solo scrivere il racconto. Appena lessi il fulcro del tema e cioè caffè, l’unica parola a cui potevo aggrapparmi, la mia testa iniziò subito a frullare e mi resi conto di avercelo, proprio lì, di fronte ai miei occhi, lungo la strada che mi portava sulle coste laziali. Ci pensai per parecchi giorni. Solo dopo averlo scritto feci la strada che avevo descritto nel racconto e non dovetti cambiare niente. Lo feci leggere a tre persone. Non avevo più molto tempo. C’erano alcuni accorgimenti di cui dovevo tener conto e gli errori, i maledetti errori di grammatica, che escono fuori come le formiche in estate. Un giro di riscrittura, un altro parere, la correzione finale. Ci persi tempo e con piacere. Pagai la quota e andai a controllare le altre informazioni del bando riguardanti la formattazione del testo, la biografia, i dettagli tecnici. Il racconto partecipante va inviato entro la mezzanotte del 26 Luglio 2020 esclusivamente via mail all’indirizzo letterario@caffemoak.com come allegato (formato ammessi: .doc, .docx, .odt, .rtf). Oltre al racconto, nella stessa mail va allegato un file con una breve biografia di massimo 1000 battute spazi inclusi e la ricevuta di avvenuto pagamento dell’iscrizione al concorso. Verrà data conferma della corretta iscrizione al concorso entro 72 ore dalla ricezione della mail. La sostituzione del racconto inviato potrà avvenire entro 24 ore dall’avvenuta notifica di ricevimento da parte della segreteria del concorso. Nell’oggetto della mail dovranno essere indicati: – nome dell’autore e titolo dell’opera (esempio: Mario Rossi – Ultima tazzina a Caracas). Nel corpo della mail dovranno essere indicati: – generalità dell’autore (nome, cognome, data di nascita, indirizzo, recapito telefonico, e-mail); – dichiarazione di paternità intellettuale e di autorizzazione al trattamento dei dati personali simile alla seguente: Il sottoscritto [inserire nome e cognome dell’autore] dichiara che il

Il racconto sul caffè Moak Leggi tutto »

Isole nella corrente – Ernest Hemingway – Ad recensionem

it.maps-cuba.com Isole nella corrente (Islands in the stream) Ad recensionem – Vuoi conoscere qualcosa di diverso dalla trama? Dopo una breve nota di copertina apprezzabile, perché di pochissime righe, dove viene spiegato come è composto Isole nella corrente e l’aspirazione di Hemingway per questo progetto, seguono queste poche parole di Mary Hemingway, la sua ultima moglie. Charles Scribner jr ed io abbiamo preparato insieme per la pubblicazione del manoscritto di Ernest. A parte le normali correzioni nella grafia e nella punteggiatura, abbiamo operato alcuni tagli, poiché io era certa che Ernest stesso li avrebbe eseguiti. Il libro è interamente di Ernest. Noi non abbiamo aggiunto nulla. Mary Hemingway L’edizione che ho letto è la 13°, edita da Mondadori. 528 pagine. È un libro che scorre bene, troppo bene, come tutti i romanzi di Hemingway che ho letto. Ed è tragico, come tutti i romanzi che ho letto di Hemingway. Come sapete questo articolo, anche se è inserito nella categoria Ad Recensionem che significa recensione, non è una recensione, anche se in conclusione può essere considerata una recensione. Dall’alto del suo trono il dio SEO me la farà pagare per queste ripetizioni. Parlerò del testo con citazioni prese dal libro, cercando di commentare le particolarità del suo stile, le gemme, i concetti e i pensieri a me cari. Un po’ di parole nuove da metterci in tasca, le corrispondenze che ci sono con le nostra epoca, le edizioni dei libri e soprattutto la mia esperienza personale con questo manoscritto. Non mancherò di sottolineare alcuni buoni pezzi di altri blogger su questo libro o sull’autore. Iniziamo. «Non sono molti quelli che ti assegnerebbero senza esitare alla categoria dei buoni» gli disse Thomas Hudson. «No. E non pretendo di esserlo. Né molto né poco né così così. Vorrei esserlo, però. Essere contro il male non basta a renderti buono. Stasera era contro il male che volevo battermi, e poi invece ho commesso una cattiva azione. L’ho sentito arrivare, come una marea.» Isole nella corrente Scrittura Se vuoi scrivere un romanzo leggi romanzi. Vuoi conoscere la natura dell’essere umano? Leggi romanzi. Se vuoi rilassarti leggi romanzi. Vuoi far evolvere i tuoi pensieri? Leggi romanzi. Se devi andare al bagno leggi romanzi. Se vuoi viaggiare leggi romanzi. Vuoi consigli di scrittura? Leggi romanzi! Insomma c’è sempre un romanzo per qualsiasi attività. Hemingway può entrare in molti dei casi che ho citato nelle stringhe di sopra e sicuramente, come mi è accaduto ad ogni suo manoscritto, entra sempre nella questione consigli di scrittura. Questo è uno dei motivi principali per cui leggo Hemingway, oltre la sua ostinata voglia di essere sincero. Nel “Il vecchio e il mare” non c’è praticamente niente sulla scrittura e anche ne “Isole della corrente” troviamo ben poco. Non tutti i suoi romanzi sono pieni di aneddoti sulla scrittura come Festa Mobile, però qualche perla la getta sempre lì, per terra, di fronte a te. Forse è la sua vita, inserita sempre nei suoi lavori, che da l’esempio, non lo so. Anche se qui il soggetto principale è un pittore c’è sempre lui, lo scrittore, dietro quel personaggio. Il modo in cui lavora, con cui gestisce le pause, gli amici, le letture è sempre interessante. Non bisogna copiare ma prendere spunto o confrontare i propri metodi con il suo. Era stato un piacevole tran tran di duro lavoro; di ore trascorse a fare delle cose, di posti dove le cose erano tenute nella massima cura; di pasti e di liquori a cui pensare con l’acquolina in bocca e libri nuovi da leggere e molti vecchi libri da rileggere. Era un trantran dove, quando arrivava, il giornale quotidiano era un avvenimento, ma dove non arrivava così regolarmente da trasformare il suo mancato arrivo in una delusione. C’era no, in questo trantran, molte delle invenzioni alle quali la gente che è sola ricorre per salvarsi e con le quali riesce persino a non sentirsi più sola, e lui aveva fissato le regole e rispettato le consuetudini e vi era ricorso consciamente e inconsciamente. – Isole nella corrente – Credo che sia meglio iniziare dai romanzi per capire come fare i romanzi (bisogna leggere in sostanza). Si scrive per tante cose. Io per esempio scrivo per questi motivi (Perché scrivo?). La sincerità, l’onestà intellettuale, credo sia al primo posto quando si scrive ma nessuno può insegnartela e nemmeno Hemingway. Almeno, però, lui prova a spiegarti il suo punto di vista. Come poteva pensare, sprecando il suo talento e scrivendo su ordinazione e applicando una formula molto redditizia, che tutto questo lo mettesse in grado di scrivere bene e con sincerità? – Isole nella corrente – Il talento non è solitario, non cammina da solo, non può fare tutto il lavoro. Ogni scrittore di talento, se fosse onesto, dovrebbe poter scrivere un buon romanzo, pensava Thomas Hudson – Isole nella corrente – Il talento può bastare? E la preparazione? La costanza? Sono quesiti, a mio avviso, irrisolvibili ma è giusto parlarne, ragionarci e perché no, leggere i pensieri di qualcun altro. Non esistono surrogati, pensava Thomas Hudson. Non esistono surrogati nemmeno per il talento: non sono denti da tenere in un bicchiere. Il vero talento è dentro di te. È nel cuore e nella testa e in ogni tua parte. Così è anche il mestiere, pensò. Non è solo una serie di arnesi con i quali hai imparato a lavorare. – Isole nella corrente – Bisogna iniziare a pensare a certe questioni. Cercare di capire che tipo di scrittore si vuole essere. Se onesto, disonesto, venduto, idealista, squattrinato. Ma credo lo si capisca nel momento in cui si ricercano le proprie motivazioni nello scrivere. Vermi nello stomaco o cibo per il proprio ego? Entrambi? Joyce nell’Isole nella corrente Quando penso a Joyce, James Joyce, ricordo le pallose lezioni d’inglese (solo perché non ci capivo un acca) e la difficoltà di imparare a memoria il capitolo su di lui. Se fossi stato più curioso questo preconcetto sarebbe stato subito trivellato di colpi da mortaio. Il fatto

Isole nella corrente – Ernest Hemingway – Ad recensionem Leggi tutto »

Rivista Waste, una rivista da buttare – Una rivista alla volta

Rivista Waste – una rivista da buttare (la foto è decorativa) Una rivista alla volta 24 Aprile 2021 Contestualiziamo Prima di parlare delle Rivista Waste devo inserire un piccolo Prologo. Prova a cercare “nell’amico” google la dicitura riviste online. Andiamo, prova! Se stai leggendo questo articolo già sei a conoscenza dell’inutilità di questa ricerca generica. Vuoi leggere racconti, poesie, recensioni, critica, vuoi inviare qualcosa, insomma cosa vuoi? Aggiungiamo a riviste online la parola racconti o letterarie e già andiamo meglio, benone direi. Perché sia a me che a te interessa leggere racconti o poesie (più racconti, per quanto mi riguarda) e, possibilmente, capire a chi possiamo inviare la nostra merda stantia. In tutti e due i casi siamo a cavallo e iniziamo a scremare: scritturacreativa.org antoniorussodevivo.it liberliber.it crackrivista.it Questi sono i primi siti che appaiano. Hanno in comune una caratteristica: – un elenco delle riviste online che pubblicano racconti, poesie e varie ed eventuali. Mi espongo? Certo, sono qua apposta. Sincerità prima di tutto. Crack è la rivista che mi ha colpito di più. Crack dis/connessioni letterarie Ė un elenco parziale ma in ordine di anno di fondazione. Per ogni rivista ci sono alcuni dettagli tecnici come costi e versioni disponibili. Non tutte le schede sono compilate e di questo ne siamo assai felici. Il motivo reale di questa scelta è l’aggiornamento. Questa pagina è revisionata di recente. (ops… adesso che rinnovo la mia ricerca la data è scomparsa)  La grafica ha fatto il suo dovere.  Ricordo che Crack è soprattutto una rivista letteraria! Anche gli altri siti vanno benissimo. Liberliber sarebbe stata la mia seconda scelta non per l’aggiornamento (dicembre 2020) ma per il trafiletto scritto sotto ogni rivista anche se il sito si dedica più a riviste dedicate alla letteratura piuttosto che ai racconti.  C’è chi è minimale nella grafica, chi nella descrizione o viceversa. A me serviva però solo una traccia. Perché voglio andare a spulciare sito per sito, racconto per racconto, vedere chi sono, i regolamenti e capire con un tête-à-tête di che rivista si tratta e cosa pubblica. Che volete farci, sono un San Tommasino, ho bisogno di vedere, di leggere. Nella mia alta carica di incorente sincero dichiaro che mi servirò anche degli altri siti, o di altri ancora. Questa rubrica si ripropone (quindi io mi ripropongo) di prendere una rivista online letteraria, chiamiamola così per non generalizzare, e dissezionarla, con molto riguardo senza, dimenticare la sincerità. Cercherò di leggerla nella sua interezza e la descriverò in tutto e per tutto. Ma non è solo per voi che lo faccio, capito!Vorrei anche… partecipare, posso? Vi racconterò la mia esperienza, vi dirò come e cosa ho inviato e l’eventuale risposta. Mi criticherò elencando gli errori commessi e gioendo nel caso un mio racconto venga pubblicato. E questo è solo il capellino di carta introduttivo, pronto a disintegrarsi al primo aquazzone. Vi abituerete ai mie voli acrobatici. Ho sempre bisogno di contestualizzare. Saranno nemmeno due minuti di lettura fino ad ora. Avrei potuto fare di peggio. Waste – Una rivista da buttare https://www.rivistawaste.com Perché ho scelto la Rivista Waste? Due motivi: Fondata nel 2020 e quindi ha meno contenuti rispetto ad una rivista fondata nel ‘98 o tre anni fa Sono un pivellino e non mi sembrava il caso di partire da una rivista in rete da molto tempo. Con questo non sto affermando che Rivista Waste è acerba. Ė un fratellino maggiore che può essere indulgente su questo mio contenuto e, tutto sommato, beneficiare delle mie parole. Il sito di Waste La grafica è molto accattivante e semplice. Si naviga bene all’interno del sito e le illustrazioni sono una marcia in più. A parte qualche caso (credo proprio due casi), i disegni sono firmati da un trio di disegnatori/illustratori che fanno parte anche dell’organico ufficiale della rivista Waste.  Ci sono poche sezioni e questo è cosa buona giusta. Narrazioni Poesia  Critica Sono le sezioni dove possiamo leggere, subito in prima battuta. Ma non scordiamoci di andare a dare un’occhiata al resto. Non ci vorrà molto e ne varrà la pena. Il sito è veloce nonostante sia pieno di immagini, da gustare con calma. Ho scelto di leggere alcune racconti prima di altri solo per l’immagine, lo ammetto. La home page ti spiaccica davanti gli articoli (racconti, poesie e critica) dal più recente, con una piccola inidicazione in calce sul tempo di lettura La redazione della Rivista Waste Sono otto i personaggi che gravitano intorno alla rivista. Tre disegnatori/illustratori: Beatrice Nicolini Andrea Innocenti Andrea Stendardi Profilo Instagram Instagram Profilo Instagram Gli altri cinque autori/redattori fanno parte, come me, di coloro che amano usare le parole. Per descriversi usano ironia un po’ di mistero cercando di arrivare al sodo. Grande omogeneità di interessi, età ed esperienze. I trafiletti vanno letti. Sembrano piccole storie a puntate su di un vecchio giornale, trovato per caso nella cassapanca della nonna in soffitta e di cui piacerebbe avere la prossima rivista con il nuovo episodio. Vincenzo Moggi Alessio Simoncini Lorenzo Bianchi Edoardo Gazzoni Alesso Vaccai Dateci un’occhiata. Cliccate sul titolo “La redazione di Waste” perché ancora devo capire bene come rendere attivo un link del genere. Metterei una faccina con una goccia che cade dalla fronte ma qui siamo in un blog di scrittura ed è severamente vietato. La Redazione Il Manifesto della rivista Waste Proverò a descrivere il Manifesto in pochissime parole: Una sorte di poesia bislacca e esaustiva. “… La sigaretta che arriva quando accendi l’autobus…”   Per farvi capire. Meglio poche parole messe bene che una lenta agonia. Devo imparare molto da loro. Molto chiaro quello che vogliono. Manifesto   Galleria – Rivista Waste Pensavo di trovare tutte le illustrazioni, anche quelle aggiunte agli articoli e invece no. Ci sono i disegni statici che si trovano come sfondo del menù o di altre sezioni. Alcuni disegni di qualche racconto. Poco male. Forse non è aggiornata la sezione, forse volutamente. La mia mania di dare un posto ad ogni cosa è senz’altro deleteria e non la auguro a

Rivista Waste, una rivista da buttare – Una rivista alla volta Leggi tutto »

Galleggiare – Racconto breve

Racconto breve fuori categoria Il primo file del racconto Galleggiare è datato agosto 2018. Potrebbe però essere più vecchio, in realtà. Sono 4400 battute spazi inclusi. Davvero breve. Due paginette di word, nel pdf notifica cinque pagine ma su una c’è solo il titolo, e sull’ultima meno della metà è vuota. Sul Kindle dice: Tempo alla fine del libro 2 min. Sono i miei primi approcci “seri” verso i racconti. Mi volevo divertire, volevo far divertire, soprattutto la mia compagna, ma non credo abbiamo sortito l’effetto desiderato. Tuttavia l’ho corretto e revisionato proprio per pubblicarlo. Non ha categoria o almeno non la riesco a trovare. Forse è meglio così. La trama, come sempre, non ve la dico e in aggiunta non taccio per sempre. E poi sono due pagine, che diamine! Photo by Darius Bashar on Unsplash I racconti sono davvero difficili da recensire ma se ci scappa un commento, anche negativo, soprattutto negativo, potrei imparare qualcosa. Di certo non ci rimetterò le mani.  Gli errori si scovano ad intermittenza, all’infinito. A dire il vero non finiscono mai. D’altra parte finisce la voglia di correggerli perché, soprattutto, la voglia di scrivere altro annebbia la vista. L’avrò convertito in pdf almeno dieci volte perché ad ogni rilettura trovavo un imprecisione. Non siamo nati per fare gli editor. Potete scaricare il racconto Galleggiare gratuitamente. Per gli iscritti alla newsletter posso inviare il racconto, su richiesta, nel formato mobi ed epub. Scarica gratis Galleggiare in formato pdf (107 kb) Galleggiare Difficile girarsi una sigaretta sul letto senza buttare un po’ di tabacco sul lenzuolo. Lo faccio di continuo. Non riesco a smettere. Ripensavo al sogno fatto la scorsa notte. L’accendino bianco piccolo alza la voce e mi aiuta a non smettere di farlo. Sono sdraiato e faccio cerchi di fumo. Il posacenere di plastica morbida sulla pancia. Due cuscini poggiati sullo schienale del letto. Ero ovattato in un colore blu scuro e grigio e con molto rosso e fluttuavo o meglio, volavo. Ero in posizione orizzontale almeno credo. Vedevo come in Call of Duty, ma con la luminosità al minimo o lo schermo inclinato male. “La smetti di fumare in camera?” disse la mia ragazza gridando dall’altra stanza. “Hai il fiuto di un segugio?” domando, gridando di rimando. Nessuna risposta, sta facendo altro. Sa anche delle briciole di tabacco e me l’avrebbe fatta pagare. Una casa formata da due rettangoli. Ma di una stanza ne avevo solo la percezione. Sapevo che c’era. L’altra era tappezzata di rosso con dei quadri? Non riuscivo a vederli. E c’erano dei divanetti blu? Blu sicuro, qualcosa che si poteva utilizzare come seduta ma repellevano, puzzavano? Una trappola? Sicuro blu scuro, ero certo, sono certo. Una finestra a vetri, una porta trasparente. C’era un balcone. Sensazioni mescolate ad altri sogni e altre vite nei sogni, gatti, déjà-vu, pistole d’acqua e case al mare. “Vieni di qua?” disse la mia ragazza. “Sto fumando! Adesso arrivo” dissi. “Non fumare in camera!” disse. Stavolta non gli rispondo. Devo ricordarmi di scriverli. Su un foglio, un appunto sul muro. C’erano delle persone e le ho cacciate, non mi fidavo. Volavano anche loro. Perché i divani? Ma erano divani? Troni privati per spiriti pensionati. Sono uscito dallo scrigno rosso e mi sono ritrovato all’aria aperta, nel buio fumoso della città. Luci e palazzi giganti. Nessun indizio su quale metropoli potesse essere. Di mongolfiere nemmeno l’ombra. Ho iniziato a volare cosciente del fatto che potevo farlo, come fare la pipì o non farsi la barba, e ho bighellonato un po’ giro, senza guardare. Mi godevo il volo. Facevo piroette, capriole e tutte queste cose qui. A chi non piace volare? Quella sensazione è rimasta vivida ma se ne sta andando secondo dopo secondo. Devo scriverli. Rossetto sullo specchio. Come ricordarlo? Con una parola basta? Forse due o tre, almeno. Provo: come quando cadi ma non cadi. Sei parole, posso fare meglio. “È quasi pronta la cena. Dai vieni di qua cazzo!” disse. “Sto fumandoooo!!” dissi. “Una sigaretta infinita” “Mi fai ricordare ‘sto cazzo di sogno!” urlai. “Scusa oh! Non si fuma in camera e tre!” Lancio l’accendino sull’armadio. Rientrai in questo rettangolo. C’erano delle altre persone. Volevano aiutarmi a tener lontane le altre persone. Non mi fidavo ma non accettare era da maleducati. Non ricordo nessuna faccia. Né di quelli che volevano aiutarmi né di quelli a cui dovevo tenermi alla larga, secondo loro. Ovali vuoti con capelli indefiniti. Ricordo però un cinquantenne tarchiato con i capelli grigi. Senza faccia. Continuavo a galleggiare in questo rettangolo che era piccolo, un cubicolo. Dove c’entravano tutte queste persone? Ma non eravamo ammassati. Rimanemmo lì per non so quanto tempo a non far niente. Mi affacciai di nuovo al balcone e mi lanciai, ma il mio super potere era finito e mi schiantai. Nessun dolore né paura. Un’altra scena. Tipico dei fottuti sogni. Mi ritrovai di fronte ad un cancello, di quelli neri, da film horror. Ero fuori da quell’ammasso di ferro e vedevo la classica casa degli spiriti. Non avevo paura. Stavo lasciando una ragazza con il consiglio di qualcuno che non vedevo. Mi stava alle spalle. Lei non era arrabbiata e dopo un po’ accettò questa cosa a patto che ci dividessimo del cibo che c’era nella borsa frigo rigida. Vasetti di salsa di pomodoro, braciole, maionese e altre cose. Non so come abbiamo fatto ma eravamo soddisfatti. “Dai vieni di qua che ho fame!” disse. “Arrivo arrivo” sconsolato “Rompipalle” “Cosa hai detto?!” “Que hambre” salvo all’ultimo secondo. Vado in cucina. “Cosa c’è stasera per cena?” “Il tuo preferito!” Sorrise mostrando le gengive. “Due belle mani di un vecchio scheletrico con salsa di Pomodoro. Quasi tutta pelle, come piace a te, il viziato” disse con arroganza. “Ecco perché la salsa di pomodoro! Ma non eri tu” dissi. “Che?” “Lascia stare, mangiamo” fine Home Blog Scrittura Cos’è Be Frank

Galleggiare – Racconto breve Leggi tutto »

Il Tulipano Nero – Alexandre Dumas

Il tulipano nero (La Tulipe noire) Tempo di lettura 10 min Perché i libri antichi hanno il loro fascino e ci piace comprarli, sfogliarli, leggerli e perché no, odorarli, anche se sanno di muffa. Diamo un’occhiata dentro le case dei nostri genitori, dei nonni e degli zii. Se abbiamo una soffitta siamo fortunati e romantici. Prologo In questo articolo sul Tulipano Nero di Alexandre Dumas, libro per ragazzi non troverete: la classica recensione.  riassunto della trama. Leggerlo è l’unica via. Troverete invece: La mia personale esperienza con questo vecchio tomo. Tante informazioni.  Tante opinioni. Speriamo di non esagerare. Citazioni. Belle o brutte non importa, non sono mie. Foto. Le ho fatte io, più o meno. Ho cercato di scattarle al meglio delle mie possibilità. Se tutto questo vi annoia siete nel posto sbagliato. Questa è pur sempre casa mia e mi tolgo le scarpe quando voglio, anche se mi puzzano i piedi. Capitolo I – Il ritrovamento del Tulipano Nero Nella stanza di mia sorella, ormai diventato un piccolo magazzino, ho scovato tre vecchi libri. Grandi come dei quadernoni, con la copertina rigida ma con il dorso in brandelli, i caratteri molti grandi e qualche disegno con delle atroci anticipazioni di quello che avverrà. Uno di questi è il Tulipano nero di Dumas. Era chiaro. Gli altri due titoli li tengo per me, per ora. Li ho portati a casa e li ho posizionati nella parte in alto della libreria insieme ad una vecchissima edizione del il Conte di Montecristo (1847) a cui mancano diverse pagine finali; un altro sopravvissuto del 1866, La casa a vapore di Giulio Verne (davvero è scritto così) e Il tifone, mezzo distrutto e con la pagine svolazzanti. Di Conrad, ma questo immagino lo sapevate già. C’è anche qualcos’altro là sopra sulla libreria ma non mi sembra il caso di andare avanti. In una bruttissima giornata di Marzo l’ho agguantato. In copertina c’è un uomo con i capelli mediamente lunghi che svolazzano vestito con un casacca marrone di quelle con i laccetti sul petto. Un po’ più avanti e un po’ più in basso una ragazza, con un cuffia in testa da cui le escono due lunghissime trecce bionde scuro, con un tulipano nero tra le mani. Editrice Boschi. Siamo nel 1961. Capitolo II – Le prime pagine e le prime battute del Tulipano nero La foto è un po’ sfocata ma, per quello che c’è scritto sopra, credo sia abbastanza onesta. Alessandro Dumas, avete letto bene. Gli spagnoli hanno il brutto vizio di tradurre tutto, anche i nomi, ma anche noi lo abbiamo fatto in passato. (Giulio Verne) Siate clementi con i cari amici e vicini spagnoli per questo. Il tulipano nero, romanzo per ragazzi di Alessandro Dumas. C’è qualcosa che non mi convince. Quella dicitura “romanzo per ragazzi” mi puzza di edulcoranti. Dopo una prima pagina, con su scritto solo il titolo del libro, segue la seconda… IL TULIPANO NERO * ROMANZO PER RAGAZZI DI ALESSANDRO DUMAS Sullo stesso foglio, nella facciata opposta, altre informazioni. Collana capolavori n°8 A cura di A.B. Migliarini Illustrazioni Zucca Proprietà letteraria ed artistica riservata Finito di stampare nel luglio 1961 Arti grafiche delle venezie Viale S. Agostino, 78 – Vicenza Laminazione brevettata uso tela-plasticover Ho provato a fare una ricerca su internet, senza perderci il sonno. I libri della collana Capolavori si trova su Ebay. É una versione di un anno più vecchia e un po’ usurata dal tempo. Credo che il proprietario sia su più piattaforme di vendita online. C’è anche AbeBooks dove c’è lo stesso libro che io e molto altro. Chi è A.B. Migliarini? Cos’è una Tela- Plasticover Non c’è molto sul web. Forse questo negozio di libri antichi sa dirvi qualcosa, poiché ha questa edizione usata del Il conte di Montecristo edita da Boschi e a cura di Migliorini, come la mia. https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=6243521 Per il plasticover alzo le mani e i piedi insieme. La copertina del libro in mio possesso è pronta per abbandonare il resto delle pagine ma è ancora in forma e integra. Per avere 50 anni devo ammettere che questa tela plasticover non è così malaccio. Fin qui tutto bene. Insomma un vecchio libro con illustrazioni per ragazzi. Mi sono chiesto se codesta edizione fosse completa o revisionata e mi sono bloccato un secondo. Infischiandomene ho iniziato a leggere. “Venti Agosto 1672. La città dell’Aia, così civettuola e bianca, la città dell’Aia col suo parco ombroso, le sue case gotiche che si specchiavano nei larghi dei suoi canali, i suoi campanili quasi gotici, la città dell’Aia, la capitale delle sette province unite, gonfiava tutte le sue strade d’un fiotto nero e rosso di cittadini indaffarati, affannati e preoccupatissimi, che correvano, coltello alla cintola e moschetto in spalla, verso la prigione di Bustenhoff, formidale costruzione di cui si mostrano ancora oggi le finestre a sbarre, e dove, dopo l’accusa di assassinio sporta contro di lui dal chirurgo Tyckelaer, languiva Cornelio De Witt, fratello dell’ex gran pensionario d’Olanda.” Frasi abbastanza lunghe e belle articolate. Ma lui è Dumas (padre) e lo perdoniamo. Un’altra epoca, un altro paese, un altro modo di scrivere. Ma vi immaginate dover scrivere tutto a mano e senza l’aiuto del correttore grammaticale? Con la mia grafia avrei fatto prima a fare disegni e sarebbe stato un disastro nel disastro. Parla al lettore cercando di essere esaustivo, di non lasciare nessuna informazione al caso. Lo fa molto spesso e, in alcuni casi, mi strappa un sorriso. Magari non in questa citazione che state per leggere ma capita, provare per credere. Sul serio, un altro mondo, anche rispetto ai classici più recenti. Perfetto per una lettura per ragazzi.   “Se la storia di questi tempi, e in particolare dell’anno che abbiamo citato non fosse indissolubilmente legata ai due nomi che abbiamo menzionati, le poche righe di spiegazione che stiamo per dare potrebbero sembrare fuori luogo, ma noi diciamo al nostro buon amico lettore che tale spiegazione è indispensabile alla chiarezza della nostra storia non solo, ma anche alla comprensione

Il Tulipano Nero – Alexandre Dumas Leggi tutto »

Perché scrivo?

Per togliermi dal corpo cellule morte, non era ovvio? Perché scrivo dunque? (ripetizione frase solo per te, amico o nemico SEO) Scrivere i motivi per cui si scrive è di solito un esercizio che viene dato duranti corsi di scrittura creativa. Non ho mai partecipato a questi corsi, per ora. Quando avevo soldi non avevo tempo e consapevolezza di volerlo fare. Invece quando avevo il tempo non avevo soldi. Ho ripiegato sui libri, la mia unica ragione di vita. Carver, King, Cotroneo, Palahniuk, Cerami, Kundera, Calvino, sono gli autori a cui sono potuto accedere in un modo o nell’altro. Il messaggio che mi è arrivato leggendo alcuni di questi testi sembra affermare che se non pensi al motivo per cui scrivi, non puoi scrivere, seriamente. Non me ne vogliano gli autori e se hanno da ridire qualcosa sarei ben contento di parlarci e di conoscerli! Tutti possono vergare il foglio con parole ma per creare qualcosa che possa essere letto bisogna impegnarsi. Dedicare tempo e fatica. Crearsi un proprio metodo. Scrivere tutti i giorni e leggere sempre e ovunque. Perchè altrimenti non si impara, non ci si migliora e si tende a procrastinare, a volte per paura a volte perché la vita ti intasa di impegni che non sempre vogliamo ma che ci tornano utili per, appunto, temporeggiare il momento di sedersi davanti al foglio (ormai divenuto un programmo di scrittura). Chi lo dice che non si può scrivere e basta? Ma più importante, quali sono le ambizioni di una persona che scrive? Bisogna averle per forza? Riassuntino veloce. Niente cercate scorciatoie. Sempre meglio vedere con i proprio occhi. Getto dal finestrino questa cartaccia appena scritta non perché in essa ci sia una litania infernale pronta ad impossessarsi del mio corpo. C’è qualcosa di vero e qualcosa di falso, nella mia realtà, sia ben chiaro. Nello stesso istante che formulo questo pensiero mi rendo conto di aver dato una parte di risposta alla domanda perché scrivo. Scrivere i motivi del perché si scrive. E mi ritrovo al punto di partenza. Ho riletto quella mia paginetta sul perché scrivo. Sì, i compiti a casa li ho svolti! L’ho fatto giusto poco fa, prima di scrivere questo articolo, dopo aver fatto, di nuovo, questo esame di coscienza. Perché, in sostanza, di questo si tratta. Come un manager di una  catena di negozi al dettaglio, ho stilato una lista. Dopodiché, ad ogni punto tracciato, ho affibbiato un numero creando così delle priorità, un ordine d’importanza, per continuare il gergo commerciale, ponendomi la seguente domanda: Di questi motivi, qual è il più importante? Quale va su podio? Così facendo mi sono ritrovato a comprendere il vero motivo del perché scrivo. Ma sarà davvero “quello” il vero motivo o sto mentendo a me stesso? E qui casca l’asino, che fa un rumore più assordante di un edificio che crolla. Lista leggera come l’aria. La foto è solo un modo per spezzare le parole. (È una pessima foto, me ne rendo conto.) Mi vergognerei a inserirla se non sapessi, a priori, che è di difficile comprensione. (Ma non fatevi ingannare. È italiano.) Tra l’altro anche questa è una bugia. Scrivere questo articolo significa che ho già fatto i conti con la vergogna e la paura del rifiuto. Ed ecco una lista, leggibile e soprattutto ordinata.   Perché amo leggere. Creare mondi e storie. Comprendersi. Sfogarsi. Evadere dalla realtà. Mettermi alla prova. Per imparare cose nuove. Conoscere altre persone. Per far leggere i miei testi. A questo punto sono confuso anch’io. Perché criticare questo esercizio se poi è così utile? Chiunque potrebbe dirmi: “A che serve farlo? Non ci pensi al perché fai delle determinate cose?” E voi ci pensate al perché compiete determinate azioni? Quando mi sono ritrovato a scrivere le mie personali motivazioni di mettermi davanti ad un programma di scrittura per tracciare una storia, una poesia, una canzone, una pagine di diario, un saggio (fermatemi vi prego, anche perché ho finito gli argomenti), pensavo semplicemente ad una cosa: Perchè scrivo? Mi piace farlo. Ma poi ho scritto altro. Ho pensato a quando ero un sbarbato ragazzino e al percorso che ho dovuto fare per arrivare a capire questa cosa. In fondo, in quella lista lassù, non ci sono i motivi per cui io scrivo. Quello non è nient’altro che il percorso che ho fatto per arrivare a capire una semplice cosa, che mi porta, dopo anni in cui ho vissuto solo nel mondo fisico (contrapposto al mondo virtuale) e dove purtroppo nessuno ti caga se non hai una faccia come il culo e un’autostima grande come la cattedrale di Orvieto, a gettarmi nelle fauci del web. Iniziando, con questo articolo, (che forse non sarà il primo in assoluto e verrà letto postumo alla mia entrata in rete) a far leggere quello che scrivo. L’ultimo punto non è nient’altro che l’arrivo, la principale ossessione, la conclusione che ho raggiunto con tanta fatica. Perchè scrivo? Per far leggere i miei testi. È questo il motivo principale. Ma solo dopo anni di scrittura casalinga, rivolta solo alla mia povera ragazza che ha dovuto sopportarmi, sono riuscito a comprenderlo. Tutti gli altri punti che compaiono nell’elenco non è che li ho dimenticati o lanciati da un cavalcavia. (Tranquilli, sono leggeri come l’aria) Quei punti sono la base solida della mia vita e grazie a quei motivi che ho fatto il passo in più. Difficile da credere anni or sono che mi sarei esposto aumentando, anche solo impercettibilmente, la mia autostima. È tutto qui? Perché voglio che altre persone leggano i miei scritti? Che me ne viene? Finale banale sul perché scrivo Prima una digressione Scrivere è un’articolazione raffinata del pensare – Stephen King “On writing – Autobiografia di un mestiere” Andava citato, va letto. Se lo avete già rileggetelo e rileggetelo ancora e ancora una volta soprattutto quando tutto va storto, quando non vi sembra che è troppo difficile, quando quel giorno non imboccate una frase giusta, quando tutti vi vanno contro. L’ho letto quattro volte e

Perché scrivo? Leggi tutto »

Viaggio al termine della notte – Louis-Ferdinand Céline

Viaggio al termine della notte (Voyage au bout de la nuit) Ad recensionem – vuoi conoscere qualcosa di diverso dalla trama? Tempo di lettura 10 minuti Viaggio al termine della notte non è un libro facile. Ho fatto fatica. Questo non mi ha impedito di godermi il viaggio, con lui. Non mi ha impedito di finirlo. Sono un lettore lento e distratto. Spesso mi accorgo di leggere senza leggere e devo tornare indietro. La versione è quella tradotta da Ernesto Ferrero. Pagine 575. Digressione numero 1 Abbiate pazienza, è uno dei miei primi articoli.  Ci sono tante recensione in giro per il web. Sinossi varie, riassunti, le concettualizzazione del suo pensiero. A me non interessa, o meglio, non mi interessa scrivere un altro testo uguale a tutti gli altri. Non mi interessa nemmeno conoscere il sunto commentato della vita di Céline. Una biografia oggettiva è più che sufficiente. Il pensiero degli altri è interessante ma, a volte, è a senso unico, mi spiego. Se un libro deve essere bello lo sarà perché nelle ricerche online che effettuerete, (al massimo le prime due pagine, tre per i più coriacei) troverete quel pensiero lì, impacchettato bene e vero perché più persone lo hanno detto. Vi accontenterete e anch’io. E dentro quegli articoli li sentirete parlare così bene, autocelebrandosi ad ogni rigo, che non potrete esimervi dal credergli. Infine prendete l libro in questione e lo leggete ma anche se qualcosa non va o al contrario sembra più bello di quanto tutti affermino, voi non riuscite a scindere il vostro pensiero dal loro. E anche se riuscite in questa impresa vi rimarrà sempre il dubbio. Bella fatica! A questo punto preferisco farmi un’idea personalizzata, in principio. Però, se proprio non potete farne a meno, date un’occhiata a questo interessante sito che, per fortuna, esula quasi sempre da quello che ho appena affermato. Che strano? Dico di non leggere gli articoli che parlano di libri o di autori eppure ne sto scrivendo uno proprio adesso. Un bicchiere di coerenza con acqua di cocco e un due gocce di angostura. L’intellettualedissidente louis-ferdinand-celine diavolo rivolta Ho trovato tanta sincerità nelle sue parole ed un ossessione per la morte che rimbalza su tutto il romanzo. “Quando non si ha immaginazione, morire è poca cosa, quando se ne ha, morire è troppo. Ecco il mio parere.” “La verità, è un’agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire. Non ho mai potuto uccidermi io.” Se non siete abituati a leggere o se preferite altri generi di argomenti forse non riuscirete a finirlo. La prima volta che ho letto il nome di Céline è in un racconto di Bukowski che elencava una serie di autori e di romanzi da leggere in non so quale occasione. Senza menzionare Viaggio al termine della notte. “Céline, tutto” Questo diceva, più o meno. Non ho voglia di andare a ricercare il passo. Se volete fidate se no, affari vostri. Sono passati molti anni da quando ho letto questa piccola frase ma è rimasta ancorata nella mia memoria, come un ascesso dentale. É inevitabile, per me, cercare corrispondenze con la realtà che ho attorno. Soprattutto in questo momento storico dove la menzogna è verità e la verità menzogna. Un mondo in cui è vietato parlare e confrontarci per paura di deragliare… dal mondo stesso. Una manciata di persone ha comprato questa Terra e non ce ne siamo accorti, possibile? E ci stiamo dentro come in una casa di villeggiatura affittata per quindici giorni. “Per aiutarli si organizzavano delle collette, «Giornate» per questi, per quelli, e soprattutto per gli organizzatori delle «Giornate». Mentire, scopare, morire. Avevano appena proibito di tentare qualcos’altro. Si mentiva con rabbia al di là dell’immaginabile, molto al di là del ridicolo e dell’assurdo, nei giornali, sui manifesti, a piedi, a cavallo, in vettura. Ci si erano messi tutti. Si faceva a chi mentiva molto più degli altri. Presto, non ci fu più verità in città. Il poco che uno ci trovava nel 1914, adesso se ne vergognava. Tutto quel che toccavi era truccato, lo zucchero, gli aereoplani, i sandali, le marmellate, le foto; tutto quel che leggevi, inghiottivi, succhiavi, ammiravi, proclamavi, confutavi, difendevi, tutto quello non erano altro che fantasmi pieni d’odio, falsificazioni e mascherate. Perfino i traditori erano falsi. Il delirio di mentire e di credere ti si attacca come la rogna.” La mia ossessione di sottolineare le frasi mi perseguita come il mio gatto che miagola senza sosta, a tutte le ore, perché ha fame. La sincerità è dappertutto e non si può che apprezzare. Il suo tempo è uguale al nostro. Cambia qualche dogma, qualche scenario e il modo in cui viene accettato. Ma è sempre, comunque e in ogni caso, una merda. Non serve il Voyage per capire di cosa sto parlando. Eppure la storia, i romanzi, la sincerità, non ci insegna niente, ci lascia indifferenti. Continuiamo a credere che tutto è fatto per il nostro bene anche se è evidente che non è così. E più si è popolari o, peggio, istituzionali, e più ci si crede e ci si prodiga a far si che tutti gli altri la pensino allo stesso modo. Anche quando si scopre la falsità, la doppia faccia, il doppio gioco, il conflitto di interessi, il ricatto economico, lo si accetta perché, andiamo, così è il mondo, che ci possiamo fare. E si segue l’onda. Ci si comporta allo stesso modo e per gli stessi motivi. Per cui è lecito subire. “Questo prova che per essere ritenuti ragionevoli, nulla di meglio che avere una gran faccia di bronzo. Quando hai una bella faccia tosta, quello basta, allora quasi tutto è permesso, assolutamente tutto, hai la maggioranza con te ed è la maggioranza che decide quel che è folle e quello che non lo è.” – Viaggio al termine della notte – Quando la morsa si fa più stretta è sempre per amore del popolo, dei più sfortunati, dei ghettizzati, delle minoranze e

Viaggio al termine della notte – Louis-Ferdinand Céline Leggi tutto »