Scrittura

Un aspirante scrittore parla di scrittura.

Riscrivere un racconto senza futuro

Riscrivere un racconto senza futuro può diventare un’utile esercizio di scrittura, soprattutto quando non sappiamo cosa scrivere. Ma cos’è un racconto senza futuro? Foto Di Kelly Sikkema Su Unsplash Quinto capitolo sul tema della riscrittura di un racconto. Cosa fare con quei racconti giovanili, vecchie storie dimenticate o con i nostri peggiori scritti? Riscrivere un racconto: la prima bozza Perché riscrivere sempre un racconto Perché aspettare del tempo prima di rileggere un testo Quante volte riscrivere un racconto? Tempo di lettura 4 minuti Prima chiariamo il concetto di racconto senza futuro:  è quel tipo di testo che una volta scritto non piace, ha dei buchi di trama o è una storia che reputiamo banale, scritta con sciatteria, pedante e stereotipata o qualsiasi altri aggettivo negativo vogliamo dargli (se non ci piace ci troviamo dentro il peggio del peggio); un racconto senza futuro può anche essere una storia che non siamo riusciti a completare (o non abbiamo voluto) per mancanza di informazioni o perché non avevamo abbastanza conoscenze personali, o immaginazione, da cui attingere. Facciamo un primo esempio: abbiamo scritto un racconto, lo abbiamo riletto e lo abbiamo fatto maturare per qualche settimana e dopo averlo letto ancora una volta non riusciamo a vederne il potenziale, non siamo affatto sicuri che ci piaccia e l’argomento che abbiamo trattato non ci interessa neanche più. Lo accantoniamo. Secondo esempio: scritto un racconto, fatto maturare e riscritto, ancora non ci convince e lo facciamo maturare ancora, quasi cercando di dimenticarcelo. Quando lo riprendiamo è passato diverso tempo, la nostra idea è cambiata, le nostre conoscenze sono maturate in nuove idee, il nostro modo di scrivere è addirittura diverso. Il racconto non ci piace per niente, non rispecchia il nostro nuovo pensiero, è un racconto di qualcun altro. Peccato per il tempo che abbiamo “sprecato”, potremmo pensare. Mettiamo da parte quella storia, dentro una cartella intitolata “le nostre vergogne”, potremmo fare questo. Terzo esempio: un racconto finito malamente, solo per chiuderlo, ma reputiamo che debba avere una seconda possibilità. Dopo i vari processi lo riscriviamo, lo miglioriamo, cambiamo il finale (o l’inizio o la parte centrale) ma ancora non va bene e quello che abbiamo scritto non ci convince e ci fa anche un po’ schifo. Anche in questo caso il tempo speso è molto, pensiamo, e non vogliamo “perderne” altro. Cartella “incompleti”. Quarto esempio: abbiamo scritto dei racconti quando ancora non avevamo aperto il vaso di Pandora, quando non sapevamo nemmeno che volevamo scrivere per raccontare, quando forse eravamo molto più liberi di ora ma molto più grezzi. Rileggiamo quelle storie sorridendo al nostro giovane e ingenuo alter ego. Quasi tutta spazzatura, quasi… qualche idea non era poi così male in fin dei conti. Questi quattro esempi danno un’idea più concreta di racconto senza futuro. Ci ritroviamo con dei testi finiti ma che o non riusciamo o non vogliamo migliorare. Ho messo le virgolette alle parole perdere o sprecato perché è ovvio che quei racconti fanno parte del nostro retaggio di storie scartate, di esercizi a volte fini a se stessi, che sono necessari per arrivare poi a scrivere dei racconti (e dei romanzi) che sono in linea con le nostre aspettative, sia di idee che di stile; anche se non ci piace perdere tempo, visto che poi di tempo non ne abbiamo così tanto, dobbiamo abituarci all’idea che molte cose che scriviamo non servino a niente e sarebbe il caso di avere il coraggio di cancellarle. Da un racconto mediocre può nascere comunque qualcosa, soprattutto se pensiamo di riscriverlo daccapo; nel farlo possiamo tenere a mente alcuni punti per provare a trasformare un racconto senza futuro in una storia che per lo meno abbia un senso nella nostra produzione, che potrà diventare un puro esercizio o che saccheggeremo per trasformarlo in una storia nuova, più in linea con il nostro stile o con le nostre nuove idee che abbia del mondo. Idee per riscrivere un racconto: Cambia il punto di vista della voce narrante Guarda la storia dall’occhio di un altro personaggio Metti la vicenda in un altro periodo storico Cambia la città Metti la vicenda in un diverso genere letterario (giallo, fantascienza, rosa etc) Aggancia la storia ad un’altra storia che hai scritto Parti dalla fine della storia Fai sbalzi temporali Inserisci la storia all’interno di un evento accaduto davvero Crea un nuovo personaggio all’interno della storia Diventa, per quella storia, l’opposto di quello che sei Riscrivi il racconto come fossi il tuo scrittore preferito Flusso di coscienza Racconta storia tramite articoli di giornale, tramite pagine di diario etc Usa tutti questi espedienti insieme Di sicuro ci sono altri modi per poter trasformare un racconto in qualcosa di diverso ma per ora mi sono fermato a quindici punti, per i quali è necessaria tanta immaginazione, che sono solo delle tracce poiché ognuno di questi spunti, volendo, apre un mondo di possibilità. Non è detto che fare questi esercizi trasformi il racconto mediocre in un buon racconto ma di sicuro ci aiuta a ragionare di più sulle storie che scriviamo e riuscire, di tanto in tanto, a fare qualche piccola programmazione, esercitarci soprattutto a saper vedere la storia nel modo migliore per poterla raccontare nel nostro miglior modo. In definitiva riscrivere un racconto senza futuro è un semplice esercizio di scrittura e nient’altro. Spesso da questi esercizi nascono delle cose interessanti, a volte le basi per qualcosa di importante come un romanzo. Capita molte volte di sedersi davanti al computer e cincischiare, consumare tempo a provare a scrivere qualcosa che non è ancora ben chiaro in testa o peggio, avere il foglio bianco davanti agli occhi e non sapere che fare. In questi casi possiamo giocare questa carta per toglierci dall’impaccio: prendiamo un racconto senza futuro, decidiamo, anche casualmente, di riscriverlo con uno di quegli espedienti che ho elencato, e farci trasportare per un’ora in quella nuova storia… … e chissà, magari avevamo la storia giusta già tra le mani ma dovevamo solo cercare il modo giusto di valorizzarla. Riscrivere un racconto senza

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Quante volte riscrivere un racconto?

Quante volte riscrivere un racconto? Due, tre, cinque, cento? Non c’è un numero preciso di volte su cui fare affidamento, c’è solo la voglia di migliorare il testo, di credere in quella storia o di chiudere per sempre con quel racconto e andare avanti. Foto Di Kelly Sikkema Su Unsplash Quarto capitolo sul tema della riscrittura di un racconto. In questo quarto articolo della serie rispondo alla domanda che molti si fanno: Quante volte riscrivere un racconto? Riscrivere un racconto: la prima bozza Perché riscrivere sempre un racconto Perché aspettare del tempo prima di rileggere un testo Tempo di lettura 4 minuti Riparto dalla domanda con cui ho terminato l’articolo precedente: Ma che succede se un vostro lettore solleva dei dubbi così profondi da farvi pensare davvero di riscrivere ancora un racconto? Abbiamo scritto e riscritto un racconto, lasciato a maturare per diverse settimane, riscritto un’altra volta e revisionato. Siamo talmente stanchi che non vogliamo nemmeno più saperne niente di quell’essere che ormai ha anche preso una dimensione fisica e lo diamo lo stesso ai nostri lettori di fiducia, sperando che trovino solo qualche incongruenza o che ci dicano solo cose del tipo “Mi è piaciuto!”, “Non mi ha convinto”, “Non mi è piaciuto”. Invece qualcuno di loro ci mette la pulce nell’orecchio e l’unico modo di sistemarlo, ormai che vi siete risvegliati e avete visto e non potete più chiudere gli occhi, è di riscriverlo daccapo per la terza volta. Questo è qualcosa che può succedere, che mi è successa. Se c’è la voglia di riscrivere ancora e ancora non c’è niente di male nel farlo e ogni volta che avviene si migliora sempre più al punto che nei prossimi scritti e nelle successive riscritture e revisioni ci si impiegherà sempre meno tempo a terminare un racconto.   In linea teorica si può riscrivere un racconto infinite volte. Non sono mai completamente soddisfatto di un testo e penso sempre che sia qualcosa da aggiungere o da togliere che potrebbe migliorare il racconto. Ad un tratto però mi rendo conto che più continuo a modificarlo più la storia originale che volevo raccontare cambia in qualcos’altro, per via del tempo che passa da una riscrittura ed un’altra, che cambia i miei punti di vista e le esperienze e nozioni che acquisisco in quel lasso temporale. A quel punto mi capita spesso di scrivere un nuovo racconto ispirandomi a quello vecchio che verrà spolpato fino a non esistere più per come è nato, fino a morire dissanguato: praticamente lo uccido. Perciò mi sono dato un limite di massimo tre riscritture, dopodiché passo alle revisioni, altrimenti diventa un gioco al massacro contro le mie stesse idee e contro anche quella creatività che mi spinge a scrivere storie. E che succede se dopo tre riscritture il racconto ancora non mi piace? Lo abbandono, lo lascio andare via, non gli rivolgo più la parola, lo accantono ma, attenzione, non lo cancello perché sono del partito dei collezionisti di merda o dei catalogatori seriali. A parte gli scherzi, credo che ogni tanto devo rileggere i testi peggiori che ho scritto per ricordarmi le lezioni che ho imparato nello stilare quella particolare cacata e cioè quello che dovrei evitare di fare la prossima volta per confezionare già un racconto o un testo già buono. Una storia può non aver mai fine ma credo che ci si renda conto abbastanza facilmente quando l’aggiunta diventa forzata e quindi tossica. Inoltre l’idea su cosa e come si vuole raccontare al momento che la si racconta è un elemento da tenere a mente nelle successive riscritture: si vuole raccontare un istante, una fotografia di qualcosa che sta per accadere o è già accaduto o sta accadendo un episodio completo che ha un inizio o una fine Questi due casi raccolgono un po’ tutto quello che concerne il cosa si vuole raccontare, mentre il modo in cui si vuole farlo può essere determinante per vedere la storia sotto un altro punto di vista e migliorarla solo per il semplice fatto di essere passato dalla prima persona al narratore onnisciente, per esempio. Esistono molti modi di impostare una storia, non solo in prima o in terza persona, e molti altri modi sono lì che aspettano di essere scoperti o rispolverati. Riscrivere un racconto usando sbalzi temporali per esempio, facendo parlare più personaggi, far progredire la trama con articoli di giornali, sono alcuni espedienti che possono farci trovare il modo migliore di raccontare quella storia e allo stesso tempo utilissimi esercizi di scrittura (e riscrittura). Come dicevo all’inizio più si scrive più certi errori o inadempienze diminuiscono, le storie che abbiamo in testa vengono già chiarite, e diciamo pianificate, prima di buttarle per scritto e anche quando un nostro lettore beta vorrà mettere in dubbio qualcosa non riuscirà a scalfire l’idea che abbiamo di quel testo, perché probabilmente saremo stati già noi a scandagliarlo da cima a fondo durante i nostri personali processi mentali. Forse c’è già chi fa una sola riscrittura; esisterà qualcuno che sarà arrivato al buona la prima; per adesso sono arrivato a darmi un limite di riscrittura che spero un giorno questo limite possa essere ulteriormente modificato (e diminuito). Certe volte però non bastano tutte queste fasi e la storia che abbiamo scritto ha qualcosa che non va e non ci sentiamo sicuri né di pubblicarla sul nostro sito né di inviarla a qualche rivista, insomma un racconto che non ha futuro. Cosa possiamo fare, allora, con quel racconto, il racconto senza un futuro? (oltre che cancellarlo) Blog I migliori 5 racconti episodio 5 il manuale delle risposte il mio primo racconto

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Perché aspettare del tempo prima di rileggere un testo

Perché aspettare del tempo prima di rileggere un testo (almeno qualche settimana) è necessario per poterlo vedere sotto un’angolazione diversa, come se lo stessimo leggendo per la prima volta. Sembra qualcosa di banale e scontato ma l’attesa paziente è nient’affatto facile. Foto Di Kelly Sikkema Su Unsplash Terzo capitolo sul tema della riscrittura di un racconto. Anche aspettare di rileggere il racconto può non essere sufficiente per considerarlo terminato. Riscrivere un racconto: la prima bozza Perché riscrivere sempre un racconto Tempo di lettura 4 minuti Dopo aver scritto un racconto, riletto il primo bozzetto e averlo riscritto, dal principio, tenendo davanti il testo, quello scritto ha bisogno di un po’ di tempo prima di poterlo riprendere e valutarne i passi successivi.   Stephen King parla di settimane di oblio per una storia (se non sbaglio sei settimane): siamo tutti d’accordo, sembra una banalità dire che il tempo di attesa fa azzerare i concetti (o preconcetti) su quello scritto, oltre che a farti leggere il racconto con un occhio nuovo, come se quel lavoro non fosse il tuo, eppure, dopo aver scritto una storia, perché aspettare del tempo prima di rileggere un testo se, a memoria, già so che dovrò apportare dei miglioramenti? Se c’è una storia che mi è piaciuta scrivere, spesso mi diventa difficile far passare tutto quel tempo e a volte casco nella trappola e lo rileggo anche dopo una sola settimana di gestazione, purtroppo però quel tempo non è sufficiente per guardare quel racconto da un’altra angolazione. C’è la voglia di aggiungere, di migliorare e anche di tagliare, un’irrefrenabile desiderio di finire il racconto. L’errore, se così vogliamo chiamarlo, non è così grave a meno che quel racconto non lo inviate subito a qualcuno, che sia un lettore beta, una rivista o un editore (penso che non siamo così pazzi da inviare un testo per provarlo a far pubblicare dopo poco tempo averlo scritto, vi pare?); bene o male che vada il racconto andrà in naftalina per altra qualche settimana (ci sono sempre tante cose da scrivere nel frattempo) e al momento della rilettura ci si renderà conto di quanto sia diverso da quello che pensavamo che fosse. Gli scritti sono come alcune pietanze che si cucinano: vanno messe sul fuoco e dimenticate. Ma può essere questo considerato un errore? Forse possiamo considerarlo un consiglio inascoltato. Per quanto valuti questo suggerimento fondamentale per la buona riuscita di un racconto, penso anche che ognuno fa come vuole e alcuni riescano anche a migliorare o solo sistemare il proprio testo anche subito dopo averlo scritto. Chi scrive sui blog o chi scrive sui social e sui giornali stampati lascia maturare l’articolo al massimo per qualche giorno, più verosimilmente per qualche ora. Anche qui c’è un pubblico, un lettore a cui dare un buon contributo e questo non significa che gli autori vogliono dare contenuti di bassa qualità solo perché non danno al testo abbastanza tempo per poter essere valutato con più distacco.   Ma una volta dato al racconto il giusto tempo di gestazione che facciamo, lo riscriviamo un’altra volta?Perché aspettare del tempo per rileggere un testo se poi comunque lo dobbiamo riscrivere?   C’è sempre almeno una riscrittura di una prima bozza e una seconda riscrittura di quella prima bozza riscritta (un po’ contorto ma si capisce), perché il testo che si leggerà dopo quel tempo di lievitazione sarà qualcosa di nuovo rispetto al ricordo che abbiamo di quel racconto letto più un mese prima, perciò troveremo sicuramente delle cose che non ci piacciono o degli errori che non avremmo notato a caldo. Anche dopo aver aspettato del tempo per rileggere quello che si ha scritto ci dovrà essere un compito di riscrittura ma sarà diverso da quello precedente: – nel primo caso si va a completare la storia, sistemare gli eventuali buchi di trama, si aggiustano/cancellano/aggiungono/ i dialoghi (se ci sono), insomma ci si a mette le mani per dargli un senso di completezza senza pensarci troppo e senza dover per forza trovargli tutti i difetti possibili; – nel secondo caso invece si riscriverà il testo cercando di renderlo più credibile possibile, aggiustando gli eventuali ultimi buchi di trama che solo il tempo di gestazione fanno uscire fuori, potrà capitare di spostare un pezzo o frase, cancellare le famose parole inutili e altri possibili modifiche come nomi dei personaggi per esempio o dei nomi dei luoghi che pensavamo fossero corretti e invece abbiamo cannato (quindi anche un’ulteriore ricerca sarà necessaria). La seconda riscrittura è quella definitiva dopodiché il racconto è finito, cioè la storia che volevamo raccontare ha avuto fine, più o meno perché bisogna poi comprendere il futuro che vogliamo dare a questo testo; se la nostra idea è quella di pubblicarlo tramite i nostri canali o attraverso delle riviste letterarie (soprattutto se facciamo tutto da soli), ci saranno ancora delle fasi da prendere i considerazione: una revisione classica, cioè controllo ortografico, sintattico e di analisi logica; l’inoltro del nostro racconto verso i nostri lettori beta. Ci sono tantissimi articoli sul web che parlano di come scegliere i nostri lettori fidati e se ne fa menzione in quasi tutti i manuali di scrittura. Ne ho parlato anch’io tempo fa in un articolo nel quale proponevo una lista di domande da fare al lettore beta, utili per tirar fuori opinioni il più possibile dettagliate su quello che hanno letto. Questionario per il lettore Nella parte finale di questo articolo vorrei solo rimarcare lo scontato: far leggere l’opera quando è davvero conclusa, al massimo mostrerei il racconto prima della revisione finale.   È un favore che ci facciamo perché diamo uno scritto completo, buono e che rispecchia quasi al meglio che possiamo il nostro modo di scrivere inoltre è rispettoso verso chi lo legge, perché troverà un racconto confezionato al meglio (o per le meno al meglio che possiamo fare da soli), diciamo il più professionale possibile. Ma che succede se un vostro lettore (o più lettori) solleva dei dubbi così profondi da farvi pensare davvero di

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Perché riscrivere sempre un racconto

Riscrivere un racconto ti aiuta sempre a analizzare in profondità quello che hai scritto perché, con il testo davanti, andrai a spulciare rigo per rigo, fino alla fine, ogni singola parola che hai scritto Foto Di Kelly Sikkema Su Unsplash Secondo capitolo sul tema della riscrittura di un racconto. Dopo aver parlato della lettura della prima bozza, in questo articolo spiego l’importanza di riscrivere sempre un racconto. Riscrivere un racconto: la prima bozza Tempo di lettura 2 minuti Intanto separiamo due cose: riscrivere è proprio iniziare dal principio a scrivere di nuovo un testo che si è già scritto, revisionare invece è lavorare sul testo già scritto, correggerlo, aggiungere o togliere qualche parole, frase, pezzo.   Carver era uno di quegli scrittori che amava riscrivere sempre un racconto per tutto quello che scriveva, a prescindere.  Sono in linea con lui: un racconto o anche un romanzo, va sempre riscritto daccapo, mantenendo l’originale davanti agli occhi: ci saranno dei pezzi che potrebbero andare quasi bene, altri che dovranno essere cancellati o riscritti, altri in cui hai in mente cosa aggiungere e ti lasci di nuovo trasportare dalla creatività (anche questo un momento godurioso).   Però non amo riscrivere o meglio, non sempre. Forse perché alcuni testi non mi piacciono e inconsciamente so già che non hanno futuro o che hanno perso la mia attenzione nel momento che li ho scritti; oppure perché ci sono dei casi in cui scrivo solo per sviscerare quello che mi passa per la testa, come mi capita quando scrivo qualche pagina di diario o degli articoli su qualche argomento specifico, utile solo per far chiarezza dentro di me: e quei testi non li vado a modificare, al massimo li correggo nella forma, perché sono il mio brodo primordiale. Alla fine dei giochi credo sia necessario per me riscrivere un racconto perché, nella foga della prima bozza, in quel momento di lucidità in cui sto creando e febbrilmente batto su quei tasti cercando di attingere alla fonte di acqua fresca, è inevitabile che lascio qualcosa per strada e devo almeno provare a vedere se posso raccoglierla. Ma sarebbe stupido da parte mia, io che voglio pubblicare quello che scrivo, non pensare in quello stesso istante anche al lettore che potrà leggere quel racconto e cercare di confezionare una seconda bozza che sia una storia la quale reputo almeno completata. Inoltre riscrivere daccapo un testo, seguendo riga per riga quello che si ha scritto in precedenza, è un modo classico per spulciare parola per parola il racconto e riuscire a vederne tutti i pregi e i difetti, oltre che errori grammaticali, di sintassi, di distrazione, quindi necessario non solo dopo la prima volta ma anche successivamente, se si lavora da soli.    E qui entra in gioco il fattore gestazione. Di solito si lascia il racconto a maturare per un po’ di tempo prima di rimetterci le mani perché lo quando lo si leggerà si riusciranno a vedere dettagli che a caldo saranno impossibili da vedere. Aspettare un determinato periodo prima di riscrivere il racconto funziona, non c’è altro da dire, semplice conoscenza della mente umana. Oltre il fattore gestazione che a parer mio è necessario per uno scritto, tutto il resto rimane a discrezione di chi scrive a seconda dei tempi che si hanno, della bravura, della pianificazione e del futuro che si creda possa avere quel testo. Quanto importanza date alla riscrittura di un testo? Home 18 consigli per iniziare a leggere Manifesto di un aspirante scrittore Romanzo finito, cosa fare? Pagine – Racconto – Be Frank

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Riscrivere un racconto: la prima bozza

Leggere la prima bozza di un racconto è ascoltare la propria creatività, riscriverlo è saperlo valorizzare. Foto di Kelly Sikkema su Unsplash In questa serie di articoli affronto il tema della riscrittura di un racconto partendo dalla lettura della prima bozza e passando per i vari gradini del percorso di riscrittura come per esempio quante volte è necessario riscrivere una storia, il tempo di attesa prima di rileggere una bozza o riscrivere un racconto che non ha futuro. Tempo di lettura 3 minuti L’atto di andare a rileggere la prima bozza di un racconto, l’originale, mi provoca sentimenti contrastanti: da un lato c’è una curiosità potente nel vedere se, per una volta, la prima bozza può essere già buona (il per una volta ha già dentro molti sottointesi), dall’altro lato c’è la paura di aver scritto qualcosa di talmente brutto da doversene vergognare e trovare all’interno i miei peggiori incubi (e non quelli che vorrei raccontare). Durante la prima lettura, però, mi faccio trasportare dalla storia che volevo narrare evitando di auto flagellarmi per errori grammaticali o di sintassi, nonostante possa capitare che gli sfondoni che incontro mi facciano accapponare la pelle.   Mi dico: sei andato a briglie sciolte, hai badato alla storia; tutto il resto potrai correggerlo in secondo momento.   Quando inizio a scrivere un racconto è perché ho una storia che non può più restare dentro la testa, che mi ossessiona a tal punto da non riuscire più a pensare ad altro. È proprio nel momento in cui mi approccio davanti al computer per scriverla che sento la vera creatività, l’attimo che amo di più, che mi fa credere per un secondo di essere un piccolo dio di mondi alternativi. Quando finisco di leggere il racconto guardo lontano (sul muro bianco distante da me mezzo metro) e mi capitano tre cose e non contemporaneamente: nella storia non c’è niente che mi interessi e a cui posso aggrapparmi e se non interessa a me figurarsi se qualcuno possa essere interessato a leggerla; nel racconto ci sono alcuni elementi interessanti che vado anche a rileggere, da cui posso costruire un “qualcosa” che possa essere un racconto pubblicabile o il principio di una storia più grande, che potrò prenderla in considerazione più avanti con calma; alcune emozioni mi hanno pervaso.  Si potrebbe pensare che l’ultimo caso sia il picco più alto che uno scrittore possa aspirare e posso dire che è vero, è tutto vero. Creare e raccontare delle storie rimane l’atto creativo più soddisfacente e leggendo la prima bozza lo si può letteralmente vedere.   Il ma è nell’aria, lo si può avvertire come tuono prima della pioggia.   Arrivare a scrivere un racconto con un buona la prima che abbia già una carica emotiva importante e roba da scrittori navigati e forse anche loro non riescono sempre nell’intento.Noi che ci proviamo tutti i giorni, che scriviamo perché non siamo capaci di esistere senza farlo, abbiamo bisogno di passaggi intermedi, di fare esperienze ed esercizi per arrivare a confezionare una storia quasi perfetta almeno nella forma, per provare ad affacciarci nel mondo dei grandi. Quindi anche scrivere una schifezza sarà un importante passo per scrivere poi una roba buona; scrivere un racconto che ha qualcosa di interessante aiuta ad essere più preparato la prossima volta che si gettano le basi per una storia e così arrivare subito al punto che si desidera nella stesura di un nuovo racconto, oppure ci darà un appiglio, un segno a cui aggrapparci per creare un altra storia che ci emozioni di più, che arrivi al cuore sia nostro che del lettore già dalla prima bozza. Il buona la prima credo che non esisti, che sia un racconto di qualche altro scrittore che ha immaginato di creare una storia con una sola stesura e ci ha scritto, per l’appunto, un racconto.   Per uno scrittore affermato però potrebbe valere l’opposto: non comprereste un libro con le liste della spesa di Hemingway? (forse non tutti sono così feticisti)   La gioia dell’inventare, di mettersi davanti al foglio e creare è come la sensazione di precipitare: paura e eccitazione nello stesso istante. La riscrittura di un racconto invece è come diventare vecchi e saggi. Sono le montagne russe dello scrittore a qualsiasi livello e servono entrambe. In conclusione riscrivere un racconto ci dà la consapevolezza della prima bozza di una storia e ci pone il primo grosso interrogativo: quel racconto ha un futuro? Cosa rappresenta per voi riscrivere un racconto? Home San francisco 2014 – #11 Cumuli – Racconto La foto come strumento per lo scrittore i tre personaggi di Ellroy – il grande nulla

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Perché continuare a scrivere?

Perché continuare a scrivere? è una domanda da farsi, ogni tanto. Old Man Shading his Eyes with his Hand, Rembrandt van Rijn, c. 1639 www.rijksmuseum.nl Tempo di lettura 8 minuti Ho appena terminato di editare il mio primo romanzo e come primo passo sto cercando un editore disposto a pubblicarlo, con la consapevolezza di poterlo auto pubblicare. Dovrei essere all’ottavo cielo, spiccare balzi di gioia, gridarlo ai sette venti e, come avevo immaginato qualche mese fa, essermi già messo ad imbastire il mio secondo romanzo (di cui ho già una prima bozza incompleta abbastanza corposa sui cui lavorare). Non è cosa da poco l’aver terminato (sul serio) un romanzo, anche se so quanto sarà difficile la pubblicazione ma, come dico sempre, non è solo per questo che scrivo. Ho molte cose da fare per il romanzo e dovrei concentrarmi solo su questo, e invece eccomi qua a pubblicare un articolo sul perché dovrei continuare a scrivere. Voglio però analizzare la domanda perché continuare a scrivere?, provando a farla a pezzi! (E soprattutto per scuotermi un po’) Per prima cosa non credo che potrò mai smettere inventare storie, magari potrò diminuire il tempo dedicato a questo momento ma non ho mai contemplato l’’idea di appendere il programma di scrittura al chiodo. La frustrazione che sto provando è dovuta a molti fattori, esterni e interni alla scrittura, che non mi danno pace e mi fanno perdere il senso di quello che faccio, costringendomi ad un’apatia distruttrice. Ma c’è un elemento che li raggruppa tutti e che mi fa essere inconcludente: il tempo. Vedo la mancanza di tempo per scrivere come un’assenza di lungimiranza nei progetti che vorrei portare avanti. Indice degli argomenti Farsi vedere, farsi leggereChiamarlo lavoroUn luogo per scrivereCambia lavoro, cambia routineDove voglio arrivare a breve termine?Perché continuare a scrivereFarsi vedere, farsi leggere Quando, un paio di anni fa, ho scritto la prima bozza del romanzo, e qualche mese dopo ho riscritto daccapo la seconda bozza, non avevo tanti grilli per la testa e il tempo libero era per scrivere quella storia o racconti o pagine personali, ero essenzialmente libero. In questo ultimo anno scalpito dalla voglia di far fluire le mie storie alle persone (e non solo amici e parenti) e questo mi ha portato ad aprire un blog, ha impegnarmi per scrivere dei contenuti più qualitativi possibili cercando sempre di migliorarmi (sia sul testo che sui tecnicismi del web), ad essere attivo sui social per quanto, in fin dei conti, sono ancora lontano a potermi considerare “attivo”, il tutto per aumentare la mia visibilità dato che non mi conosceva e ancora non mi conosce nessuno. Oltre a queste dinamiche che dipendono solo da me, ho pensato a inviare qualche racconto a qualche rivista letteraria, sempre per cercare di portare al mio mulino utenti interessati alle mie storie. Mi piacerebbe davvero tanto creare un podcast; un giornale locale sarebbe un sogno; ho pensato di iniziare a fare video ben precisi per i social. Mi piacerebbe conoscere meglio persone che hanno le mie stesse aspirazioni, ho anche valutato l’idea di provare ad inviare degli articoli per alcuni giornali culturali online Questi progetti mi divertirebbe ancora di più e mi avrebbero motivato dandomi ,allo stesso tempo, un altro po’ di  visibilità e di esperienze. Ora sono in possesso di un romanzo completamente editato, un modo in più per avere altra visibilità.   Ma c’è la consapevolezza di dover fare tutto questo in uno spazio di tempo che in quest’ultima estate è diventato ancora più risicato. Chiamarlo lavoro Quando sei free-lance, soprattutto se non porti a casa denaro o abbastanza denaro tanto da dover fare un altro lavoro, nessuno considera quello che fai come un impiego a tutti gli effetti. Tutti hanno il diritto di accollarti cose, decidere in base ai loro orari senza consultarti, perché te sei sempre libero, tu hai il tempo mentre loro hanno un lavoro. Insomma ci sono lavori più lavori degli altri. Se fossi pagato per scrivere forse avrei più rispetto e meno superficialità per la mia attività/passione, calcolando che, come loro, ho anche io un impiego retribuito che esula, purtroppo, dalla scrittura. Quindi oltre ad avere poco tempo per scrivere ( e per fare tutte le altre cose che ho detto prima per uscire dal bozzolo), le persone che gravitano intorno a me considerano quello che faccio meno di un’attività in palestra che puoi sempre rimandare; ecco, la considerano come una bevuta al bar che puoi fare dopo, alla fine di tutti i presunti impegni.   Prima il dovere e poi il piacere (che inutile modo di dire!) Ho dovuto quindi iniziare a chiamare questa mia passione lavoro, ma solo per cercare di far vedere l’importanza che gli do agli occhi degli altri, perché anche se per me è un piacere farlo, come fare sport, viaggiare o passare il tempo con gli amici, scrivere è un attività che vorrei, con il tempo e senza fretta, poter far diventare un lavoro. Scegli un lavoro che ami e non lavorerai neanche un giorno in tutta la tua vita, diceva Confucio. Ma non c’è verso ed è anche e soprattutto colpa mia perché sono troppo disponibile, e lo spazio di tempo si ristringe. Un luogo per scrivere Per qualsiasi lavoro creativo serve anche un spazio fisico personale e privato per poter “lavorare”. Non è così per tutti. Palahniuk scrive sui tavolini di un bar, in mezzo alle persone; un mio amico pittore disegna sul treno, su una panchina, mentre parla con me; c’è chi lo fa in biblioteca; in vacanza dentro alla stanza d’albergo (Moravia); c’è anche chi scrive all’aperto. Io ho bisogno di solitudine e di silenzio (King scrive ascoltando musica rock, Bukowski la faceva con la musica classica) per scrivere bene. Mi è capitato di buttare giù discrete pagine anche quando ero fuori casa ma poi, per la riscrittura o la revisione, di nuovo, devo starmene per i fatti miei, in silenzio, possibilmente senza distrazioni (non posso staccare il telefono). Avete una scrivania tutta per voi? C’è

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Romanzo finito cosa fare?

Dopo avere investito sull’editing sembra che non abbia più niente da dare al mio manoscritto, invece è solo un nuovo inizio. John Moeses Bauan on Unsplash Tempo di lettura 10 minuti Indice degli argomenti Romanzo finito (editato), cosa fare? Azioni e rifessioniRicerca delle case editriciStudia le aziendeRomanzo finito (editato) cosa fare? Capisci quali strumenti ti servono e affilali.SinossiPitchRomanzo finito (editato) cosa fare?Mail personalizzata e biografiaFormattazione del testoConclusioni finaliRomanzo finito (editato), cosa fare? Azioni e rifessioni In questi ultimi cinque mesi ho lavorato all’editing per il mio primo romanzo, facendomi aiutare da una professionista. Ho voluto investire sul mio manoscritto (e su me stesso) per andare avanti con la prossima storia senza però lasciare la mia prima opera in balia degli eventi, dei cassetti e dei rimorsi, con al consapevolezza che al termine del lavoro potevo con serenità provare ad inviarlo alle case editrici o auto pubblicarlo. Scriverò della mia esperienza con l’editing in futuro, ma in questo momento voglio solo continuarmi a godermi il viaggio. Nel frattempo ringrazio questa persona che mi ha seguito in questo lungo tempo, grazie! Adesso che sono quasi giunto al termine di questo illuminante viaggio (vi consiglio di farlo in un modo o nell’altro), mi ritrovo solo ora a ragionare sulle azioni pratiche da intraprendere. Se vado ad inoltrarmi nella mia psiche, valutando questo mio comportamento, sono abbastanza certo di avere ancora un certo timore per il rifiuto che potrei ricevere dalle case editrici. Non nascondo che il pensiero di voler provare la strada dell’auto pubblicazione è forte: sarebbe molto divertente gestire da solo le fasi dell’impaginazione e della copertina, la stampa, la pubblicità, le presentazioni e molte altre dinamiche (forse sono masochista?). Questa idea ha bloccato in me la voglia di ricerca di una casa editrice per la mia opera; ma anche in questo caso c’è dell’incertezza perché avrei dovuto già muovermi sul quel fronte. L’auto pubblicazione è un altro duro lavoro. Devo essere realista: non ho proprio il tempo materiale in questo momento; devo organizzare un progetto vero e proprio; cosa molto importante, devo aumentare la mia fanbase. È stata un’estata molto piena e non dovrei essere così critico con me stesso. Tra il mio lavoro, l’editing, il blog, il gruppo musicale e la mia vita privata sarebbe stato difficile chiedermi di più. Ora posso fare un lungo respiro, cercare di formare un nuovo equilibrio e mettermi sul serio in moto per il mio romanzo a cui ho dedicato degli anni e tanto impegno. Ricerca delle case editrici Alla domanda cosa fare quando un romanzo è finito la prima ovvia risposta è: cercare una casa editrice che possa pubblicarlo. Ho letto diverse dispense, ascoltato alcuni autori, cercato consigli in giro per il web e parlato con alcuni addetti ai lavori e penso di essermi fatto un’idea di quella che devo fare. In Italia ci sono tantissime case editrici ma non tutti pubblicano narrativa e il numero già si restringe. Quindi il mio lavoro (già svolto in passato, in parte) sarà quello di cercare delle case editrici che pubblichino storie come la mia. Sarà un lavoro certosino di ricerca e di lettura: dovrò trovare collane adatte alla mia storia, leggere alcuni libri (anche recensioni, quarte di copertina, critiche) per vedere se quei romanzi “assomigliano” al mio. Appena avrò una prima lista di case editrici dovrò valutare anche la reale fattibilità dell’invio del manoscritto: alcune di loro accetteranno invii solo in alcuni momenti dell’anno, altre avranno il loro calendario editoriale già pieno, è necessario controllare che le loro collane abbiamo una buona distribuzione nelle librerie o nei negozi, e altro fattore indispensabile da tenere è il non cadere nelle truffe Una volta arrivato ad un buona e reale lista di case editrici che potrebbero prendere in considerazione la mia opera inizia una nuova fase, forse anche più importante, di questa ricerca: l’invio stesso del romanzo. Studia le aziende Cosa fareste per essere preparati ad un colloquio di lavoro? Questa è la domanda giusta da farsi e la risposta può sembrare scontata: studiare la storia, i prodotti e le attività dell’azienda a cui ti stai proponendo.Lo stesso discorso si può per un casa editrice da contattare: Che generi pubblica? Qual è il suo manifesto, la sualoro visione? Che tipo di collane ha? Quando è nate? Dove ha la sede? Dove vende, che tipo di distribuzione ha? Dove posso trovarla fisicamente? (saloni, eventi, festival, librerie, presentazioni) Non bisogna per forza comprare i loro libri però… se si è veramente interessati a quella casa editrice potrebbe essere interessante investire su un libro, inserito in una loro collana, affine al nostro genere. In fondo leggiamo e compriamo libri tutti i santi giorni. Inoltre non è da sottovalutare il fattore vis-à-vis: andare ad un salone del libro, un festival, una presentazione e riuscire a parlare di queste cose di persona con un addetto ai lavori, potrebbe essere illuminante.  Attenzione però! Un po’ di tatto è richiesto e non dobbiamo alla prima occasione provare a piazzare il libro, potrebbe essere controproducente. È l’occasione giusta per fare domande. Poi se chiedono se scriviamo, cosa scriviamo e di cosa parla il nostro libro dobbiamo essere pronti, in poche buone parole, a farli interessare a noi. (Qui un pitch vocale sarebbe da tenere pronto!) Questo studio ci porta due vantaggi: capire quali case editrici fanno al caso nostro scrivere una buona mai Romanzo finito (editato) cosa fare? Capisci quali strumenti ti servono e affilali. La maggior parte delle redazioni chiede una sinossi del romanzo, in alcuni casi un pitch, alcune case editrici potrebbero chiedere di spiegare il romanzo in poche righe direttamente sulla mail, altre chiedono l’invio dei primi capitoli o di una serie di capitoli sparsi del romanzo (non a caso!), insomma oltre ad avere un romanzo finito servono altri lavori di fino per arrivare nel cuore di una redazione (e non sono stato del tutto esaustivo).  Inoltre la mail che si scriverà ad una casa editrice dovrà avere determinate caratteristiche, dovrà essere personalizzata a seconda della redazione a cui si invia.

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La foto come strumento per lo scrittore

Photo by Glenn Carstens-Peters on Unsplash Indice degli argomenti La foto come strumento dello scrittore: dobbiamo e possiamo usare tuttoLa foto per la scritturaLa foto come strumento dello scrittore per aiutare la creativitàLe foto e il manuale delle risposteLa foto come strumento dello scrittore: dobbiamo e possiamo usare tutto Sarebbe stato impensabile anche solo trenta o quarant’anni fa, quando internet era ancora in fase embrionale e non accessibile a tutti, pensare alla fotografia come strumento per lo scrittore. Viviamo in un epoca pazzesca con tutte le eccezioni negative e positive che possiamo pensare: poter fare foto o cercarle praticamente in qualsiasi momento è di sicuro uno dei vantaggi di questa era. Mi capita spesso di pensare ad un periodo storico in cui sarei vissuto volentieri (avere trent’anni agli inizi del ‘900) in cui essere catapultato in questo preciso istante e ragionare su come mi sarei approcciato alla scrittura.  A quei tempi si scriveva tutto a mano, almeno le prime bozze; solo in secondo momento si riscriveva a macchina (e se andiamo tanto indietro nel tempo credo che una macchina da scrivere non fosse un oggetto “domestico” come lo è adesso un computer). Ho una calligrafia indecifrabile, forse anche peggio di quella di un dottore per usare un cliché, e se fossi nato anche cinquant’anni fa sarebbe stato un vero inferno. Oltre al computer e ai programmi di scrittura, mezzi pratici e ormai indispensabili per scrivere, abbiamo molti altri strumenti utili che ci possono aiutare nella scrittura nel senso più ampio del termine; non dobbiamo darli per scontati, dobbiamo e possiamo usare tutto. La foto per la scrittura La foto è uno strumento per lo scrittore da non sottovalutare: ci aiuta su un luogo che non abbiamo visto e che ci serve vedere (o che dobbiamo rivedere); per un’espressione facciale che dobbiamo capire; per un colore che non riusciamo a descrivere; un animale che non abbiamo mai visto…e potrei continuare. Dentro il web possiamo trovare di tutto e raggiungere angoli del mondo che mai penseremo di vedere (con tradizioni, persone, strade, monumenti, etc), dove magari ci piacerebbe ambientare la nostra storia o inserire delle sotto-trame. È un concetto semplice che è meglio tenere sempre a mente. Le immagini in molti casi può aiutare la nostra memoria. Ma la fotografia non si riduce solo a questo e cioè alla ricerca di quello che ci serve da vedere o quello che ci serve ricordare: può essere un essenziale alleato alla nostra creatività. La foto come strumento dello scrittore per aiutare la creatività Non amo le foto. Non mi piace essere inquadrato e non mi piace farle. Eppure da quando scrivo non posso fare a meno di farle e ne comprendo il valore. Ma quali sono i soggetti a cui dedico una fotografia? Ultimamente sto fotografando le scritte sui muri, i murales e i graffiti perché, già in qualche racconto, mi era capitato di voler descrivere un pezzo di città citando alcune frasi scritte su una colonna di un palazzo o su una delle tante cassette dell’Enel in giro per i paesi e, in quel momento, non ne ricordavo neanche una. In quel caso ho inventato di sana pianta qualche frase, aiutandomi con alcuni brandelli della memoria e sebbene abbia cercato di rimanere fedele ai concetti che si trovano nelle strade (amore, insulti, testi canzoni, aforismi, slogan politici etc) mi è rimasto l’amaro in bocca per non essermi ricordato una delle tante scritte che avevo letto. Per questo motivo sto facendo una specie di archivio fotografico su quello che trovo sui muri. Muro della prigione Castello di Ferrara Qui entro di nuovo su un aspetto (che poi è diventato strumento) di cui ho già parlato in qualche post precedente. Questi contenuti (le foto ma anche le idee che le foto scaturiscono) possono andare a finire direttamente nel mio Manuale delle risposte, di cui ho già parlato in passato, un taccuino degli appunti diviso per categorie. Quando avrò bisogno usare una di quelle frasi per caratterizzare un periodo storico o addirittura, perché no, per creare una storia, avrò un mio personale database, che tra l’altro avrò visto dal vivo e che susciterà in me un ricordo preciso a cui potrò attingere per la mia storia. L’esempio che ho fatto è il più spicciolo in assoluto. Le scritte sui muri possono far vedere il malcontento di una città per una scelta politica; un murales può essere commemorativo per una persona che non c’è più o un personaggio noto che ha fatto tanto per quella città o nazione; spesso si trova la stessa firma su più muri e nella stessa città, chi sarà mai? Ecco quindi che si passa da un utilizzo della foto per un dettaglio di una storia fino ad arrivare addirittura all’incipit di una prima idea. La foto è una delle più immediate fonti d’ispirazione che abbiamo. Con i nostri telefoni possiamo creare enormi database a cui attingere nel momento del bisogno e se lo riusciamo ad organizzare bene possiamo “prelevare” quello che ci serve quando ci serve. Ho aggiunto ai miei interessi da fotografare le porte/portoni antichi. Quando mi occorrerà descrivere un porta o il batacchio di un portone saprò dove andare ad attingere. Ma non solo: Chissà perché costruivano degli accessi così alti in passato?   Oppure   Perché su un batacchio è raffigurata una donna nuda sdraiata di lato, con la schiena inarcata e una mano dietro la testa?   Questo è un altro esempio di come la foto da promemoria diventa input per una storia. Se vi piace scrivere storie di fantascienza, storiche, ucroniche, futuri alternativi, già solo queste due domande, correlate da due foto, possono aprire decine di idee per una storia. Per scrivere attingiamo dalle nostre esperienze e da quello che vediamo, la fotografia è un prolungamento di questa esperienza. Perché non utilizzarla fruttandolo al meglio? Le foto e il manuale delle risposte A questo punto dovrò aggiungere una sezione fotografica al mio Manuale delle risposte. Per il tipo di file che ho scelto per il mio

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I rituali di Moravia per iniziare a scrivere

Cinefilia Ritrovata Indice degli argomenti I rituali di Moravia per iniziare a scrivere: la fonteIndro Montanelli racconta la giornata di MoraviaIl rapporto degli scrittori con la scritturaL’utopia dello scrittore emergentePerché interessarsi alla vita privata di uno scrittore?I rituali di Moravia per iniziare a scrivere: la fonte Cercando podcast che parlassero di scrittura e mi sono imbattuto in Farmacia Letteraria, della scuola di scrittura Genius. Pillole di scrittura creativa per scrittori asintomatici è il titolo della serie di contributi audio che si trova su Spotify. Più di 500 contributi non più lunghi di dieci minuti dove gli utenti fanno una domanda agli autori. Ho attaccato il cavo aux, collegato allo stereo dell’auto, al mio telefono e in quell’ora di viaggio me ne sono sentiti un bel po’. In questi tipi di contenuti, così come nei manuali di scrittura, non cerco l’illuminazione né tantomeno il trucchetto per scrivere meglio (ci sono molte informazioni e spunti di riflessione utilissimi) ma un semplice conforto sulla difficoltà che trovo nel tipo di passione che ho scelto (o che mi ha scelto o che sono obbligato a fare per sopravvivere) vedendo (ascoltando in questo caso) che i problemi che ho io sono comuni a quasi tutti le persone che scrivono, anche agli scrittori affermati, che fanno solo quello per vivere. In uno di questi brevi podcast un utente poneva la domanda: “Qual è la book routine di un aspirante scrittore?” L’autore che risponde fa l’esempio del programma che Idro Montanelli realizzò nel 1959, nel quale incontrava personaggi della cultura del tempo. In particolare parla  della puntata con Alberto Moravia. Tornato a casa sono subito andato a vedere l’episodio. “Incontri di Indro Montanelli”, del 1959, è un ciclo di sette puntate di interviste ironiche e sagaci che il decano dei giornalisti italiani rivolse, per la Rai, ad alcuni protagonisti della cultura del tempo: Alberto Moravia, Bruno Cassinelli, Dino De Laurentis, Giovanni Guareschi, Lea Padovani, Renato Guttuso e Carlo Levi. (Raiplay) Gli incontri di Indro Montanelli Indro Montanelli racconta la giornata di Moravia I rituali di Moravia per iniziare a scrivere www.raiucultura.it/letteratura/IndroMontanelliraccontalagiornatadiMoravia “Oddio, è questo chi è? Uno del Ku Klux Klan? Un boxeur che si prepara agli esercizi mattutini? Vediamo un po’ se riusciamo a indovinarlo” dice Montanelli, per ora una voce fuori campo Un uomo è intento ad infilarsi un maglione. Il suo volto è coperto dal collo di lana. Cerca di fare in fretta perché nel frattempo il telefono squilla. “Pronto! Pronto!” risponde l’uomo. “Lei pensa che bisogna ribellarsi all’ipocrisia del mondo oppure subire?” un donna porge la domanda esistenziale. “Ma insomma lei mi ha posto questa domanda già tante volte…le ho già detto quello che pensavo, d’altra parte si tratta di un caso generale, invece dovrebbe esporre il suo caso particolare e allora potrei dirle qualcosa di preciso. E be’, se non mi vuol dire di cosa si tratta allora, niente, non mi telefoni più, capito?” l’uomo riatta con fare scocciato. Moravia si infila la sua divisa da lavoro, risponde al telefono e ascolta la solita domanda di una signora che non ha mai visto. “Moravia attira i pazzi” dice Montanelli, adesso in carne ed ossa davanti alla telecamera, perché la signora, ogni volta che lo scrittore le chiede di presentarsi, dice che non può perché è stata sepolta viva in una cripta del casamento dai suoi familiari, “una cripta evidentemente munita di telefono” dice Montanelli. Lo scrittore romano scrive tutti i giorni, nessuno escluso. “Perché Moravia scrive come un prete dice messa.”  Dice Montanelli. I rituali di  Moravia per iniziare a scrivere vengono raccontati da Montanelli , in questo siparietto simpatico, che lo guarda da fuori e lo commenta “mentre compie anche tutti questi riti propiziatori del romanzo” Beve un caffè seduto sul divano. Legge il giornale, poi si sdraia per sfogliarlo meglio. “L’espressione del suo volto, sia come suol dirsi pensosa. No, no. È soltanto scocciata.” Moravia si tocca il viso, legge ma non legge, sta lì sdraiato sul divano, aspetta. “Cerca scuse, scuse sempre per non lavorare” Moravia è pigro e Montanelli si chiede come abbia fatto a scrivere i suoi romanzi nonostante fosse così svogliato. Sfoglia le lettere dei suoi ammiratori gettandole man mano nel cestino. È nel suo studio, in piedi davanti alla sua scrivania. Lo “strumento di tortura” è proprio di fronte a lui. Finalmente si siede e mette un foglio nella macchina da scrivere ma non va bene, lo toglie e lo getta via. “Moravia è un tecnico della macchina da scrivere. No, è un cattivo tecnico della macchina da scrivere” dice Montanelli. Il foglio è sistemato bene e lui è pronto ma si distrae ancora sfogliando pigramente un libro che ha di fianco. “Oddio, non vorrà mica copiare” Chiude il libro e invece di iniziare a scrivere inizia a disegnare pupazzi su un foglio. Non è ancora tempo, ci vuole ancora un po’ di preparazione. Ad un tratto inizia a scrivere e dopo le prime battute arriva la cameriera che fa a Moravia una domanda di matematica alla quale lo scrittore risponde per farla contenta, sbagliando il calcolo. La cameriera se ne accorge e lo disturba di nuovo mostrando l’errore. Adesso può scrivere, batte sui tasti sempre più spedito. Una nuova telefonata lo interrompe di nuovo. Richiesta di donazione. Scrive ancora qualcosa poi un’altra telefonata. Referendum. Altri tasti, altre parole ma ancora lo squillo del telefono lo interrompe, domanda da parte di una redazione. Ogni volta lo scrittore è sempre più scocciato e sempre più scontroso. Risponde velocemente e riattacca. L’inquadratura passa su Indro Montanelli, seduto su una poltrona, che guarda alla televisione un Alberto Moravia che finalmente ha preso il ritmo, è concentrato e pronto ad immergersi nel suo lavoro. Forse adesso sarà lasciato in pace. Il rapporto degli scrittori con la scrittura Nel bene o nel male tutti possiamo rispecchiarci in quello che fa Moravia. Ci sono sempre dei rituali che, consapevoli o no, adottiamo prima di iniziare a fare qualcosa, soprattutto qualcosa che amiamo fare. Quante volte abbiamo fatto qualsiasi altra cosa

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Blog e social sono obbligati a stare insieme?

Vijf kranten lezende mannen, Honoré Daumier, 1853 (by www.rijksmuseum.nl) Ci sono molti blog che vanno da soli senza bisogno dei social, altri, invece, ne hanno un disperato bisogno. Credo però che i blog senza almeno un social, si contino sulle dita di una mano. Blog e social sono imprescindibili l’uno dall’altro? Blog e social sono obbligati a convivere insieme? Vi racconto la mia giovane esperienza e come sono arrivato a considerare blog e social facce della stessa medaglia. Indice degli argomenti Perché ho aperto un blogLa forma del blog funziona ancora?Blog e social networkIl duro lavoro del blogger sui socialBlog e social: forzatamente insiemePerché ho aperto un blog Nel 2021 ho deciso di aprire un blog perché, come autore emergente, sentivo la necessità di proporre i miei testi di narrativa al pubblico, uscire fuori dal mio piccolo giaciglio e mostrare al mondo quello che scrivevo. Sono consapevole che un anno non può bastare a portare, sul mio sito, traffico sufficiente per far avvicinare le persone ai miei scritti (forse neanche cinque anni sono sufficienti) ma sono altrettanto consapevole che il blog è l’unica forma possibile per me, i miei interessi e i miei obiettivi. Per un autore, di qualsiasi nicchia, il blog permette di mostrare i propri scritti senza alcun tipo di limitazioni riguardanti lo spazio fisico del testo, l’organizzazione e la forma dei propri contenuti. Non ci sarà nessuno che ti potrà censurare (almeno per ora), bannare, segnalare o costringere a togliere i tuoi scritti all’interno del tuo spazio privato (mica vi mettete a copiare no?). Il blog inoltre rimane lì, inscalfibile ai venti che corrodono anche il ferro. Può succedere che il servizio di hosting a cui ci si appoggi può avere un collasso, un guasto, possono andare a fuoco i server, ma basta avere sistematicamente alcuni accorgimenti e tutto si risolve (anche se con molta fatica). Un sito internet è la vetrina del mio negozio se non il negozio stesso dove all’interno ci sono i miei articoli (tra l’altro gratuiti). In questo spazio sono libero di fare quello che mi pare e piace. I social non sono la prima strada da percorrere. La forma del blog funziona ancora? Ma la domanda migliore che possiamo farci è: che cosa pensiamo di ottenere con il blog? È una domanda a cui non posso rispondere con precisione. Chi sa cosa accadrà fra un anno, due anni, cinque anni? L’idea iniziale era quella di usare il blog come contenitore delle mie storie e dei miei interessi in modo tale da far trovare al mio futuro lettore dei miei romanzi altre storie da poter leggere. Mi sono reso subito conto che pubblicare sul mio blog solo i miei racconti non è sufficiente a far arrivare lettori, c’è bisogno di qualcos’altro anzi di diversi altri fattori: I lettori hanno bisogno di conoscere la persona che c’è dietro alle storie, con i suoi interessi, debolezze, virtù e scorci delle sua vita Molte persone cercano contenuti che siano utili nella pratica Comprendere su quale pubblico vuoi concentrarti Ci sono moltissimi blog che parlano di questi elementi e ne ho letti tantissimi prima di iniziare. Ero consapevole di questo ma non me ne curavo. Pensavo: Non ho fretta, non voglio mostrare il mio volto, non voglio scendere a compromessi con me stesso, pubblico i miei racconti e poi si vedrà. Si torna sempre alla motivazione per cui si scrive (che cambia in continuazione, incredibile). L’unica cosa che a me interessa attualmente è che qualcuno legga quello che scrivo, nient’altro. Per arrivare ai lettori cosa devo fare? Una volta compreso cosa voglio ottenere dal blog (lettori), la forma di questo spazio personale libero da restrizione per me rimane ancora una soluzione utilissima e necessaria per chi scrive. Ce ne sono tanti di blog e non tutti vengono letti ma non per questo il blog non funziona. Blog e social network Le differenza sostanziale tra un social network e un blog sono due: – Nel mio blog posso scegliere e gestire praticamente tutti gli aspetti che desidero mentre nel nei social ci sono limitazioni di testo, di grafica per non parlare del modo in cui i miei contenuti devono essere fluiti (instagram e tik tik, per esempio, avvantaggiano chi fa reel/video) – Il blog è di mia proprietà (ho comprato un dominio) mentre sui social lo spazio che ho è in comodato d’uso. Sono soggetto a regole ben precise e non posso dire tutto quello che voglio. I social sono diventati dei veri e propri editori che possono scegliere cosa cancellare e cosa no (anche senza un reale motivo) spesso bloccando la pagina/profilo per settimane. In questi ultimi due anni hanno tolto la maschera riguardo questo aspetto. I social però ti offrono una strada più immediata per veicolare i tuoi contenuti e, almeno all’inizio, non si può prescindere dall’utilizzarli. Se non avessi aperto un profilo social (e ne ho provati diversi prima di scegliere su quale concentrarmi) starei ancora cercando di far arrivare i miei articoli in alto nelle ricerche per attirare visitatori, utilizzando il mio tempo per studiare quelle tecniche anziché scrivere (o peggio scrivendo in base a quelle tecniche). Ne avrei fatto volentieri a meno, credetemi, ma ne comprendo l’utilità, l’accetto più che altro. I social hanno in definitiva meno regole per poter arrivare alle persone: – Nei social con i giusti hashtag, un buon video o una buona foto, (non parlo delle didascalie perché secondo me le leggono davvero in pochi e non sono così necessarie), le giuste menzioni, ci si fa trovare. Parlo sempre del minimo sindacale, voglio essere chiaro su questo perché anche quel mondo è saturo, c’è molta concorrenza e per fare il salto di qualità, anche lì, ci vuole del sano e duro lavoro. Un blog può anche non essere visitato da nessuno per molto tempo mentre invece un post e un profilo può essere visto, anche se solo da amici e conoscenti. – Nel blog è importante il titolo, la descrizione meta, i link interni e esterni, le foto,

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