Perché continuare a scrivere?

Perché continuare a scrivere?

"Perché continuare a scrivere?" è una domanda da farsi, ogni tanto.

Ho appena terminato di editare il mio primo romanzo e come primo passo sto cercando un editore disposto a pubblicarlo, con la consapevolezza di poterlo auto pubblicare.

Dovrei essere all’ottavo cielo, spiccare balzi di gioia, gridarlo ai sette venti e, come avevo immaginato qualche mese fa, essermi già messo ad imbastire il mio secondo romanzo (di cui ho già una prima bozza incompleta abbastanza corposa sui cui lavorare).

Non è cosa da poco l’aver terminato (sul serio) un romanzo, anche se so quanto sarà difficile la pubblicazione ma, come dico sempre, non è solo per questo che scrivo.

Ho molte cose da fare per il romanzo e dovrei concentrarmi solo su questo, e invece eccomi qua a pubblicare un articolo sul perché dovrei continuare a scrivere.

Voglio però analizzare la domanda perché continuare a scrivere?, provando a farla a pezzi! (E soprattutto per scuotermi un po')

Per prima cosa non credo che potrò mai smettere inventare storie, magari potrò diminuire il tempo dedicato a questo momento ma non ho mai contemplato l’’idea di appendere il programma di scrittura al chiodo.

La frustrazione che sto provando è dovuta a molti fattori, esterni e interni alla scrittura, che non mi danno pace e mi fanno perdere il senso di quello che faccio, costringendomi ad un’apatia distruttrice.

Ma c’è un elemento che li raggruppa tutti e che mi fa essere inconcludente: il tempo. Vedo la mancanza di tempo per scrivere come un’assenza di lungimiranza nei progetti che vorrei portare avanti.
Quando, un paio di anni fa, ho scritto la prima bozza del romanzo, e qualche mese dopo ho riscritto daccapo la seconda bozza, non avevo tanti grilli per la testa e il tempo libero era per scrivere quella storia o racconti o pagine personali, ero essenzialmente libero.

In questo ultimo anno scalpito dalla voglia di far fluire le mie storie alle persone (e non solo amici e parenti) e questo mi ha portato ad aprire un blog, ha impegnarmi per scrivere dei contenuti più qualitativi possibili cercando sempre di migliorarmi (sia sul testo che sui tecnicismi del web), ad essere attivo sui social per quanto, in fin dei conti, sono ancora lontano a potermi considerare “attivo”, il tutto per aumentare la mia visibilità dato che non mi conosceva e ancora non mi conosce nessuno.

Oltre a queste dinamiche che dipendono solo da me, ho pensato a inviare qualche racconto a qualche rivista letteraria, sempre per cercare di portare al mio mulino utenti interessati alle mie storie. Mi piacerebbe davvero tanto creare un podcast; un giornale locale sarebbe un sogno; ho pensato di iniziare a fare video ben precisi per i social.

Mi piacerebbe conoscere meglio persone che hanno le mie stesse aspirazioni, ho anche valutato l’idea di provare ad inviare degli articoli per alcuni giornali culturali online

Questi progetti mi divertirebbe ancora di più e mi avrebbero motivato dandomi ,allo stesso tempo, un altro po’ di  visibilità e di esperienze.

Ora sono in possesso di un romanzo completamente editato, un modo in più per avere altra visibilità.

 

Ma c’è la consapevolezza di dover fare tutto questo in uno spazio di tempo che in quest’ultima estate è diventato ancora più risicato.

Chiamarlo lavoro

Quando sei free-lance, soprattutto se non porti a casa denaro o abbastanza denaro tanto da dover fare un altro lavoro, nessuno considera quello che fai come un impiego a tutti gli effetti. Tutti hanno il diritto di accollarti cose, decidere in base ai loro orari senza consultarti, perché te sei sempre libero, tu hai il tempo mentre loro hanno un lavoro.

Insomma ci sono lavori più lavori degli altri.

Se fossi pagato per scrivere forse avrei più rispetto e meno superficialità per la mia attività/passione, calcolando che, come loro, ho anche io un impiego retribuito che esula, purtroppo, dalla scrittura.

Quindi oltre ad avere poco tempo per scrivere ( e per fare tutte le altre cose che ho detto prima per uscire dal bozzolo), le persone che gravitano intorno a me considerano quello che faccio meno di un’attività in palestra che puoi sempre rimandare; ecco, la considerano come una bevuta al bar che puoi fare dopo, alla fine di tutti i presunti impegni.

 

Prima il dovere e poi il piacere (che inutile modo di dire!)

Ho dovuto quindi iniziare a chiamare questa mia passione lavoro, ma solo per cercare di far vedere l’importanza che gli do agli occhi degli altri, perché anche se per me è un piacere farlo, come fare sport, viaggiare o passare il tempo con gli amici, scrivere è un attività che vorrei, con il tempo e senza fretta, poter far diventare un lavoro.

Scegli un lavoro che ami e non lavorerai neanche un giorno in tutta la tua vita, diceva Confucio.

Ma non c’è verso ed è anche e soprattutto colpa mia perché sono troppo disponibile, e lo spazio di tempo si ristringe.

Un luogo per scrivere

Per qualsiasi lavoro creativo serve anche un spazio fisico personale e privato per poter “lavorare”.

Non è così per tutti.

Palahniuk scrive sui tavolini di un bar, in mezzo alle persone; un mio amico pittore disegna sul treno, su una panchina, mentre parla con me; c’è chi lo fa in biblioteca; in vacanza dentro alla stanza d’albergo (Moravia); c’è anche chi scrive all’aperto.

Io ho bisogno di solitudine e di silenzio (King scrive ascoltando musica rock, Bukowski la faceva con la musica classica) per scrivere bene.

Mi è capitato di buttare giù discrete pagine anche quando ero fuori casa ma poi, per la riscrittura o la revisione, di nuovo, devo starmene per i fatti miei, in silenzio, possibilmente senza distrazioni (non posso staccare il telefono).

Avete una scrivania tutta per voi? C’è lì sopra un computer pronto all’uso? Internet? La stanza è calda d’inverna e fresca d’estate? Un po’ di spazio per tenere qualche libro da consultare? Un altro piccolo spazio per tenere un quaderno degli appunti?

Io purtroppo non ho tutte queste comodità e anche in passato non le avute mai tutte insieme. Sono riuscito comunque a scrivere ma sempre con la speranza di avere un giorno un cubicolo silenzioso con una scrivania.

La motivazione e la costanza sono carte essenziali eppure quando iniziano ad arrivare dubbi e stanchezza, anche l’assenza di spazio fisico personale diventa un ostacolo duro da superare.

Cambia lavoro, cambia routine

Per vari validi motivi prossimamente proverò a cambiare lavoro. Negli ultimi due anni ho lavorato di sera/notte e avevo preso l’abitudine di scrivere di mattina. Quando ero all’estero e lavoravo di mattina scrivevo di pomeriggio.

Anche questo dettaglio metterà a dura prova tutto lo scenario che fino ad esso mi ero creato. Forse in questo momento non può che farmi bene eppure sento che non cambierà poi molto, dovrò solo cambiare i miei ritmi. Facilissimo.

 

Dove voglio arrivare a breve termine?

Nei corsi di scrittura, nelle scuole di scrittura e in tutti i blog che parlano di scrittura, c’è sempre in ballo la componente della motivazione, dell’esercizio costante che porta risultati, della voglia di emergere e così via, ma non c’è mai una menzione su questo aspetto del tempo, o meglio si parla di tempo per scrivere una storia ma non di tutto quel tempo che serve per provare a fare qualcosa da soli, senza dover aspettare una vita (invano?) nella speranza di essere letto e pubblicato.

Puoi essere un genio delle parole e avere delle storie originali da raccontare ma senza visibilità nessuno ti trova, anche se pubblichi qualcosa sulle riviste. Io posso con serenità continuare a scrivere le mie storie, riscriverle e revisionarle, e poi iniziare da capo e andare avanti con altri racconti o romanzi, per quello il tempo c’è sempre. È per il dopo che c’è una specie di problema, perché più che altro è una questione di priorità.

Come ho detto più volte so che ho una piccola probabilità di poter fare delle scrittura di romanzi il mio lavoro e quella possibilità la posso creare solo io; quindi ho razionalizzato in modo semplice la scrittura: scrivo per me, come ho sempre fatto all’inizio e qualcuno che leggerà le mie storie lo posso trovare nel caso non riuscissi nel mio intento (c’è sempre l’auto pubblicazione che coadiuvata da delle presentazioni può permettere di vendere qualche libro e farsi leggere).

Ma quante probabilità ho di fare delle scrittura in generale il mio lavoro?

In questo caso le possibilità aumentano solo nel caso io voglia scrivere di cose che non mi interessano. In quale branchia lavorativa si inizia subito con un incarico che ci piace? C’è la gavetta e sta bene, è una cosa che si può accettare.

Vista la questione in questo modo la sostanza cambia perché se scrivere (qualsiasi cosa) mi sosterebbe economicamente mi darebbe anche l’esercizio giusto per rimanere concentrato e costante (e forse mi darebbe anche una scrivania tutta per me!). A quel punto inserire la mia scrittura nel mezzo, inserire i social e provare a farmi conoscere per altre vie sarebbe di certo più agevole, e le persone intorno a me comprenderebbero l’importanza di quello che faccio, o almeno mi lascerebbero stare quando ho da fare.

Almeno è quello che penso adesso.

Perché continuare a scrivere.

Ho scritto questo articolo per rendermi conto delle mie difficoltà e delle mie priorità e adesso le ho ben chiare. Rileggendo ho già anche individuato quello che posso migliorare e quello che posso, per ora tralasciare, per continuare a fare quello che amo proiettandolo realmente nel mio futuro.

È importante ciclicamente porsi delle domande come perché scrivo o per chi lo faccio (se si vuole andare sullo specifico) ma è anche altrettanto vitale farsi la domanda opposta.

Serve tanto alla motivazione quanto razionalizzazione di quello che si sta facendo e di come ci si sta comportando.

C’è chi ha il blocco dello scrittore, chi non riesce a concludere una storia o chi ha paura di non essere pubblicato…

Io ho la sindrome della percezione del tempo stretto (l’ho inventata in questo momento): vorrei fare tutto e non riesco a fare niente.

Percezione, per l’appunto.

Come vi organizzate tra il portare avanti un progetto personale e la vostro lavoro remunerato?
Quali sono le criticità che incontrate per farvi conoscere sui vostri blog e sui social?
Quali domande vi ponete per non perdere il senso di quello che state facendo o di quello che volete fare?
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